• Una riflessione sull’ergastolo. Una lettrice ci scrive: “Argomento scomodo, ma va guardato da vicino”
    17/11/2011 | Pamela Iamundo | Edicola di Pinuccio

    VORREI invitare alla riflessione su un argomento per molti aspetti scomodo, un argomento di cui si parla poco e quando lo si fa ci si dimentica spesso del senso di umanità che la nostra Democrazia invoca come fondamentale e imprescindibile già a partire dalla stessa Costituzione. Il carcere. Da troppo tempo ormai sentiamo parlare di emergenza carceri, senza però che il tema venga trattato in maniera approfondita e soprattutto obiettiva. Come sempre si parla, come sempre ai buoni propositi non seguono altrettante buone azioni. Eppure il carcere esiste, da sempre, negli ultimi 10 anni, grazie a leggi come la Bossi-Fini o la Fini-Giovanardi, i detenuti nelle carceri italiane sono in continuo aumento. Attualmente si parla di numeri come 67.377 detenuti, contro una capienza regolamentare di 45.732 posti, e un limite di tollerabilità di 69.194. L’attenzione va posta sul piano umano. Non è possibile pensare che un Paese democratico e civile quale si definisce l’Italia, che ripudia la pena di morte e la tortura, continui ad applicare regimi punitivi come il 41 bis o imponga ai detenuti di vivere in una convivenza forzata che li costringe in 3, 4 persone in una cella di 9 metri quadrati (compreso il bagno). E si badi bene: in quella cella, gli stessi detenuti sono costretti a trascorrere 22 ore della loro giornata, molto spesso facendo i turni per alzarsi dal letto! Non è questa tortura? Non è questa una pena di morte lenta? E cosa dire ancora riguardo coloro i quali sono stati condannati alla pena dell’ergastolo “ostativo” (art.4 – bis o.p.)? In che modo, per questi detenuti, è previsto il cosiddetto reinserimento nel sociale se per loro non è previsto alcun beneficio né la scarcerazione? Si, perché pochi sanno che in Italia esiste un altro tipo di ergastolo, che non prevede alcun beneficio (mai un giorno di permesso), per cui la scarcerazione è prevista soltanto nel momento in cui l’individuo muore. Un vero e proprio “fine pena MAI”. Non viene così a decadere il fine educativo della pena previsto dall’art.27 della costituzione? Non è forse questa una “pena di morte viva”? La definizione è proprio di un condannato a tale pena, Carmelo Musumeci, autore del libro “Gli uomini ombra” edito dalla Gabrielli editori e promotore della campagna “Mai dire mai” per l’abolizione della pena senza fine. A lui ultimamente è stato anche dedicato un sito internet in cui si raccolgono i suoi testi, le sue interviste e i suoi video (www.carmelomusumeci.com).

     

    Carmelo Musumeci è un “uomo ombra” detenuto attualmente nel carcere di Spoleto dove sconta la condanna all’ergastolo. Con tale condanna entra all’Asinara circa 20 anni fa. Nel suo lungo percorso arriva a laurearsi alla Magistrale in Diritto Penitenziario svolgendo una tesi dal titolo “La ‘pena di morte viva’: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità”.

     

    Gli “uomini ombra” come Carmelo vengono lasciati a (non) vivere in delle celle per la maggior parte delle ore della giornata. Per essi non è previsto alcun beneficio, né dopo 20 anni, né dopo 30. Nessun permesso premio, nessuna giornata coi propri famigliari, nessuna speranza che un giorno possano venire fuori. Nulla. La conclusione a cui spesso si giunge è che per loro non debba esserci alcun beneficio poiché hanno sbagliato ed è giusto che paghino per il resto della loro vita. Il problema è quando questo è previsto da una legge di un Paese (sedicente) democratico e civile, che prevede nella propria Costituzione il reinserimento dell’individuo oltre che la rieducazione (art.27). La domanda che mi pongo, e che vorrei in tanti si ponessero, è: ha senso tenere a vita un essere umano rinchiuso dentro una cella? Qualche tempo fa gli stessi ergastolani scrissero una lettera al presidente della Repubblica in cui provocatoriamente (e neanche poi così tanto) chiedevano che la loro pena venisse tramutata in pena di morte. In qualsiasi Paese civile il detenuto verrebbe considerato una risorsa sulla quale investire e per la quale vale la pena investire. Un individuo che commette un errore, di qualunque entità, dopo 20, 30 anni di dura detenzione, non può permettersi di dimostrare alla società di essere cambiato? (senza dimenticare che già solo 3 anni di carcere ti cambiano drasticamente). Perché non gli viene concesso il diritto di riproporsi sotto altre vesti all’intera comunità? Perché questa possibilità viene data ad esempio ad un pentito di mafia e non a chi non mette dentro altri per barattare la propria libertà? All’origine non erano entrambi i casi della stessa gravità, secondo la legge?

     

    Può uno Stato basare la propria credibilità su una tale e forte contraddizione? In conclusione, vorrei invitare gli interessati a tale argomento a visitare il blog www.urladalsilenzio.wordpress.com o il sito www.informacarcere.itsui quali vengono pubblicati gli scritti di molti detenuti, in particolare ergastolani ostativi. Rischiando di sbilanciarmi troppo, mi permetto di dire che leggendo i loro scritti, o guardando le loro opere, si ha come l’impressione che a realizzare quelle pubblicazioni non siano stati degli uomini “cattivi”, come la società ama definirli, ma degli esseri umani dotati di una propria intelligenza e di uno spirito che va al’ di là della stessa classificazione di “buono” o “cattivo”.