• Carcere di Arghillà. Zavettieri: “L’apertura non eluda il problema reale del settore”
    24/07/2013 | Pierpaolo Zavettieri, consigliere provinciale | Comunicato

    REGGIO CALABRIA – Non posso che esprimere compiacimento per l’apertura del “nuovo” carcere di Arghillà ma, finita la festa, a tutt’oggi rimangono molte perplessità ed interrogativi sulla gestione da parte del governo del sistema penitenziario. Lo stesso ministro Cancellieri ha espresso rammarico per una apertura dell’istituto giunta a distanza di ventiquattro anni. Il ministro in occasione dell’inaugurazione non ha però menzionato che molte delle problematiche conosciute attendono una soluzione dal suo stesso ministero e dal governo in carica. Significative, nei giorni precedenti l’inaugurazione, le prese di posizione di molti sindacati di categoria che in modo più o meno aspro (alcune proclamando addirittura lo stato di agitazione) hanno messo in risalto la cattiva gestione da parte dello Stato nel settore carcerario.

     

    Emerge dalle dichiarazioni di quasi tutti i sindacati una politica scellerata da parte del governo, viene affermato che l’attuale politica penitenziaria prevede l’attivazione di nuove strutture penitenziarie senza un adeguato aumento di organici e, soprattutto, sguarnendo sedi già in uno stato di preoccupante difficoltà come Paola, Palmi, Reggio Calabria C.C. San Pietro. Vengono, inoltre, ulteriormente evidenziate le criticità congenite strutturali e logistiche che ancora caratterizzano l’istituto di Arghillà: aggravate dallo stato in cui si trova la strada di accesso che non garantisce l’adeguata sicurezza e dalla mancanza di una caserma agenti prevista in tutte le strutture penitenziarie. Se vogliamo scendere nella realtà dei fatti, è solo di due giorni fa la notizia dell’ennesimo suicidio, nell’istituto “casa di reclusione di Rossano Calabro”. Sempre più spesso tali disagi carcerari trasformano una pena comminata a fini rieducativi e per il reinserimento del reo nella società in condanna a morte. Le varie carenze del sistema penitenziario inoltre, così come hanno generato sino a questo momento innumerevoli tragedie sulla vita detentiva, hanno creato condizioni di invivibilità anche per il personale di polizia penitenziaria che è quotidianamente oberato da un eccessivo carico di lavoro tanto da far registrare in 10 anni circa 100 suicidi (dato non riscontrabile in nessun altro corpo delle forze dell’ordine).

     

    L’appoggio che i “Riformisti Italiani” da subito hanno deciso di dare ai referendum proposti dai Radicali, condivisi in modo trasversale da diverse componenti politiche, non è più rinviabile. Nel momento storico in cui la democrazia partecipata ha raggiunto il livello più basso degli ultimi cinquant’anni, i referendum e le leggi di iniziativa popolare costituiscono gli unici strumenti per evitare la deriva verso una dittatura da strapotere burocratico. In questo quadro i quesiti referendari sulla giustizia ma soprattutto il quesito “contro l’abuso della custodia cautelare” sarà determinante al fine di risolvere situazioni di sovraffollamento carcerarie, considerando che il 42% dei detenuti vive tale condizione detentiva e che spesso in questo dato rientra un’elevata percentuale di casi in cui i detenuti ristretti vengono riconosciuti innocenti subendo così irreparabili ingiustizie. È quasi superfluo evidenziare che la condizione di sovraffollamento carcerario ha reso, soprattutto negli ultimi anni, invivibile e maggiormente afflittiva la pena da espiare in quanto la ristrettezza degli spazi da condividere in detenzione, in moltissimi istituti, non è minimamente rispondente alle condizioni igienico-sanitarie previste dalle normative europee. Ricordiamo che tale condizione ha determinato la condanna della Italia da parte della corte europea dei diritti dell’uomo (cedu).

     

    Le conclusioni che dovremmo trarre, di concerto alle dichiarazioni della Cancellieri, sono che l’uomo condannato deve essere privato della propria libertà ma mai della propria dignità. Ci auguriamo tutti che non siano sterili parole ma che si dia significato con opere concrete e con una profonda revisione del sistema carcerario e dell’intero sistema giustizia. A tal proposito il pensiero non può che rimandarci alla Casa di Reclusione di Laureana di Borrello (brillante idea progettuale del compianto dott. Paolo Quattrone) che ha rappresentato un esempio a cui ispirarsi per il cosiddetto “ripensamento della pena” con importantissimi risultati sul fine rieducativo e di reinserimento sociale, previsti dall’ordinamento penitenziario, e di abbattimento del dato relativo alla recidiva dei detenuti in trattamento. Mutuando una frase di un libero pensatore dei nostri tempi: “uno stato civile non può combattere il delitto con il delitto ma ha il dovere di combattere il delitto con il diritto”.