• L’accordo per la nuova legge elettorale tra i partiti libera l’ipotesi (per ora remota) di Monti al Quirinale. Col placet di Napolitano
    24/08/2012 | Giuseppe Campisi | Edicola di Pinuccio

    MENTRE L’ARSURA agostana non dà pace agli italiani, ecco che in punta di piedi e dietro le quinte si fanno grandi manovre per trovare la quadratura del cerchio (non magico) degli accordi politici riguardo la scelta della nuova legge elettorale, già più volte sollecitata dal Capo dello Stato, che dovrebbe, almeno in larga parte, mettere tutti d’accordo per archiviare il disastroso porcellum che ha prodotto pletore di politici nominati che più che rappresentanti del popolo tout court, si sono ritagliati il compito di peones utili solo per alzare la mano alle votazioni in aula secondo le direttive dei maggiorenti del partito d’appartenenza. Dunque in sintesi ecco di cosa si dovrebbe trattare. Il Pd avrebbe rinunciato al premio alla coalizione cedendo alla richiesta del Pdl di un premio al primo partito che però, secondo conditio dovrebbe essere del 15 per cento. Il Pdl  d’altra parte avrebbe acconsentito alle le preferenze ai collegi (che non dovrebbero essere uninominali), anche se dovrebbe permanere una quota, intorno al 30 per cento, di liste bloccate. La nuova legge prevederebbe anche una soglia di sbarramento secondo la quale troverebbero posto in parlamento quei partiti che supereranno il 5 per cento su base nazionale oppure l’8 per cento in almeno tre Regioni (clausola ribattezzata ‘salva-Lega’, per via della nota radicalizzazione territoriale del movimento padano). I partiti a questo punto darebbero vita ad una vera e propria traversata in solitario della competizione elettorale, visto che per accontentare anche l’Udc, le alleanze si definirebbero solo dopo lo scrutinio dell’ultima scheda, tenendo quindi le mani ben libere per stringere accordi alla bisogna e soprattutto con chi supererà lo sbarramento (cosa quest’ultima che ben interesserà i partiti minori). Ecco che quindi starebbe per essere servita agli italiani, post ferie, una portata dal vago sapore elettorale in quanto il fermento tra i maggiori partiti è evidente e le pressioni seppur ora timide, si faranno via via sempre più insistenti presso il Presidente Napolitano che una volta accontentato circa il parto di una nuova e largamente condivisa legge elettorale, potrebbe cedere alla tentazione di sciogliere le camere e dare il via al voto in autunno per rimettere in sella un governo politico al posto di quello tecnico attuale. Sarebbe il ritorno a cui stà alacremente lavorando di fino Berlusconi, con una nuova formazione politica con tanto di rinnovato nome e logo e con una nuova tattica retorica che dovrebbe rifocillarsi di nuove promesse circa l’abolizione di Equitalia e dell’Imu tanto invise agli italiani. Ma non è tutto. Preannunciamo il vero must. E’ arcinoto che nel maggio 2013 Napolitano terminerà il proprio settennato avendo già escluso la riproposizione della propria candidatura per un nuovo ciclo presidenziale. E qui entrano in gioco altri contrappesi istituzionali che dovrebbero ridisegnare lo scacchiere politico nazionale. Se dunque Napolitano cederà alle sirene delle elezioni, lasciando spazio all’agognata ribalta del Cavaliere che sarebbe nuovamente disposto a sottoporsi alle forche caudine delle urne nelle vesti di già rodato candidato premier per la nascente  “cosa” di centro- destra potrebbe ottenere, in salsa bipartisan, di cedere il posto al Quirinale proprio all’onorevole delfino prof. Mario Monti da lui stesso nominato dapprima il 9 novembre 2011 senatore a vita e successivamente, il 16 del medesimo mese, Presidente del consiglio incaricato. Ciò consentirebbe ai partiti d’avere il via libera per le politiche, cercando di recuperare il terreno perduto di fronte agli elettori riconquistandolo alle forze movimentiste (come il M5S di Grillo, e nascenti liste regionali) od alle coalizioni estremiste, anticipando i tempi rispetto alla scadenza naturale del governo prevista sempre nel 2013 e d’altro canto di far insediare al Colle una figura che obiettivamente, al di là dei reclamati mal di pancia per le scelte del Governo, è da più parti ritenuta equilibrata, adeguata e di alto profilo istituzionale ed in ogni caso molto gradita al Presidente uscente, che terminerebbe il mandato presidenziale con la più classica delle ciligine sulla torta: si assicurerebbe, pur nell’ombra, un discreto ascendente sulle scelte del futuro Capo dello Stato, cogliendone in una qualche forma la captatio benevoletiae, col riserbo del sicuro privilegio d’una sottile linea di continuità. Giuseppe Campisi


     
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