• Calcio razzista: sputi, pugni e quelle urla contro i giocatori del Koa Bosco: “Dovevate affondare sui barconi”. VIDEO
    26/03/2015 | www.ildispaccio.it

    ROSARNO – A lungo andare soffiare sul fuoco dell’intolleranza può provocare fenomeni abietti. Dall’uccisione di un italiano originario del Burkina Faso nel 2008 a Milano, agli attacchi ai lavoratori stagionali immigrati nel gennaio 2010 a Rosarno, fino ad oggi, quando ad essere coinvolto è persino lo sport. Prima, durante, ma soprattutto al termine della partita di Terza Categoria calabrese tra la Vigor Paravati (Vibo Valentia) e il Koa Bosco Rosarno (Reggio Calabria), squadra formata esclusivamente dai migranti che lavorano nei campi come raccoglitori di arance, è scoppiata la follia razzista dei tifosi del Vigor. “Africani di merda”, “Sporchi negri” o “Dovevate affondare nei barconi” sono alcune delle espressioni criminali ripetute in più occasioni e testimoniate dai colleghi de Il Fatto Quotidiano.

     

    Frasi, purtroppo, motivate da quell’odio razziale fomentato da un clima politico che porta a identificare gli immigrati con la criminalità, col male, e che contribuisce a creare un clima di intolleranza, in un paese che ha visto un esponenziale aumento dell’immigrazione. Fomentato da tutti quelli che si possono definire “salvinismi”. Ed il calcio, da cartina di tornasole del paese, non fa mancare il suo contributo negativo. Nonostante si sprechino le parole, e la Uefa e la Fifa producano ogni giorno campagne di sensibilizzazione che, a dir il vero, sono riuscite a raggiungere parecchi risultati. Partendo da un Presidente federale, Carlo Tavecchio, e dalle sue considerazioni sugli stranieri, che al grido di Optì Pobà denunciava il malcostume secondo il quale, per lo stesso, nel nostro mondo giocassero quelli che prima raccoglievano le banane.

     

    Ma il razzismo e l’intolleranza è presente nel calcio, ancora nel 2015, non soltanto nei grandi stadi di serie A, ma anche e soprattutto sui campi di provincia. La scintilla parte da 2 o 3 persone, ma ben presto diventano trenta. Un episodio in campo, un fallo e una reazione scatenano l’impossibile. Sputi e insulti, poi invasione di campo, e cazzotti e schiaffi che volano. Partita sospesa da un arbitro 17enne e forze dell’ordine in campo per tutelare incolumità dei calciatori. “Non è la prima volta che succede” – spiega il capitano della squadra di Rosarno, da due anni in un container e sfruttato nei campi ai colleghi de Il Fatto Quotidiano. “Devono capire che il calcio non conosce colore. Chi è più bravo deve vincere”, e poi ancora: “Hanno offeso mia madre che è morta, ma anche Allah e Maometto”. I ragazzi raccontano di un vero e proprio blitz anche al termine della gara, quando i tifosi, ancora su di giri, li attendevano. “Vi aspettiamo fuori, se non tornate ai vostri paesi, vi ammazziamo” è il coro vergognoso che viene formulato. Come distruggere uno sport e i suoi fondamenti: dal divertimento, all’aggregazione sociale, fino al rispetto degli altri.

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