• Di violenza e cultura. La donna al tempo della civiltà occidentale
    La tragedia di Corigliano ha risvegliato il dibattito sulla presunta arretratezza del Sud, ma il femminicidio è universale
    30/05/2013 | Salvatore Tigani | Edicola di Pinuccio

    A DIFFERENZA degli altri animali, l’uomo “comprende” il mondo in cui vive attraverso il filtro della cultura. La sua relazione con l’universo è sia naturale che umana e, dal momento in cui compie il suo primo vagito, ogni individuo è soggetto a una continua interferenza socialmente determinata (George Herbert Mead). Possiamo dire che ognuno di noi nasce, cresce, matura all’interno di un paradigma, nell’insieme di idee, pensieri e acquisizioni “dato per scontato” e mutuato dalle persone che sin dalla nascita riteniamo “importanti”. “Detto in modo semplice un paradigma è un pensiero che si pone come basilare, cioè come modello di riferimento, e che quindi determina il campo entro il quale si procede con la ricerca e la riflessione, che possono essere estese a diversi ambiti” (Luca Evan Giustini). Mettere in dubbio il paradigma dominante, va da sé, è difficilissimo: osservando “attraverso di esso”, non riusciamo nella maggior parte dei casi nemmeno a vederlo. Un po’ come quando scordiamo di stare indossando gli occhiali e crediamo di averli persi.

     

    FemminicidioLa polemica sorta nei giorni scorsi attorno alla tragedia di Corigliano Calabro e alla condizione della donna calabrese sorge, a mio parere, all’interno di questo equivoco. Ogni lettura della società nasce, spesso necessariamente, dall’interno di un paradigma, ed è viziata da un bagaglio di convinzioni, acquisizioni, concezioni “scontate”. Grandi pensatori e rinomati intellettuali hanno sostenuto, fermamente e ben argomentando, la superiorità dell’Occidente sul resto del mondo. Per rimanere in tema, la condizione della donna in Medio Oriente è spesso considerata esempio principe di questa affermazione. Nell’Ovest Democratico non imponiamo alle donne di indossare il velo, e coprirsi fino all’ultimo lembo di pelle, per esempio. Infatti nell’Occidente Civilizzato le donne vengono pagate per fare la velina, sfilare mezze nude, istigare la libido del maschio medio nei night club come nelle pubblicità di automobili. Adrian Michaels, corrispondente da Milano del Financial Times, qualche anno fa raccontò tutto il suo stupore nello scoprire che la modella in bikini che ammiccava in posa sexy da un enorme cartellone pubblicitario all’aeroporto di Fiumicino stava sponsorizzando una compagnia telefonica: “Davvero gli italiani – si chiedeva il giornalista inglese – e in particolare le italiane, ritengono accettabile vendere” telefonini e “quiz in prima serata stimolando i genitali maschili invece del cervello?”. La domanda cade nello stesso dibattito: l’italiano medio, nato e cresciuto nella cultura veicolata dalle televisioni generaliste, non si pone nemmeno il quesito della “accettabilità” dello sfruttamento economico della bellezza femminile. È normale, è naturale.

     

    Naturale e culturale, due dimensioni così antitetiche, vengono spesso confuse sin dalla prima socializzazione: il bambino, eleggendo i propri familiari come custodi della verità, compone la sua prima idea di realtà attraverso i loro consigli, comandamenti, rimbrotti, divieti. La stessa identità individuale, suggerisce Mead, viene informata da questo processo. La seconda socializzazione ha luogo invece nel gruppo di amici e durante l’istruzione di primo e secondo grado, dove, soprattutto all’interno delle comunità non metropolitane, persone vicine hanno avuto educazioni simili che si confermano vicendevolmente. All’alunno di scuola elementare di un paesino di provincia a matrice fortemente cattolica sembrerebbe “innaturale” il fatto che un compagno di banco possa essere figlio di una coppia non sposata, e se ne stupirebbe. Allo stesso modo, per tornare all’opposizione tra civiltà diverse, le famiglie allargate delle tribù brasiliana dei Munduruku – in cui i figli sono cresciuti non solo dai genitori naturali ma dagli adulti di tutta la tribù, e non ha nessun senso contarli o definire a chi appartengano – appaiono all’individuo medio moderno come un sacrilegio. Per finire, l’omosessualità, presente “in natura” anche tra gli animali, che, credo converrete, sono incapaci di “peccare”, viene tuttora definita da milioni di persone nel mondo come “contro natura”.

     

    La cronaca del ragazzino che trucida e uccide, dandola alle fiamme, la fidanzatina per il futile motivo della gelosia ha riaperto il dibattito tra chi vede la Calabria come un paese arretrato e violento, in cui la donna è ancora considerata inferiore e alla stregua di un oggetto sessuale, e chi invece difende a spada tratta la propria terra, negandone fermamente alcuni caratteri antimoderni. Nella controversia viene completamente omesso il semplice dato statistico, disponibile a chiunque si occupi di cronaca nera, che rivela come in tutta Italia (e in tutto il mondo) la percentuale dei cosiddetti femminicidi è altamente superiore a quella degli assassinii ai danni di un maschio. Cito velocemente solo alcune notizie recenti: “Uccisa a coltellate dall’ex, Guardamiglio saluta Angelica” (Lombardia); “Infermiera uccisa dall’ex marito” (Lazio); “19enne uccisa a Castagneto Carducci, fermato un giovane” (Toscana); e potrei continuare. È ovvio che con questo articolo non si vuole dimostrare niente se non che, come direbbero gli anziani, “tutto il mondo è paese”, se non altro quando si tratta di violenza. Come ho cercato di argomentare in un’altra sede, infatti, credo che tutto ciò che accade nel mondo sia naturale, tranne, per dirlo con Aristotele, ciò che è violento: per l’antico filosofo greco esistono due tipi di movimenti, quello naturale – il corpo che si muove e muta in conformità alla propria essenza – e quello violento – per il quale il corpo si muove e muta sotto la forza di un corpo esterno. C’è solo una cosa, dunque, davvero contro natura, ed è la violenza.

     

    femminicidio1Interrogarsi dunque sulla matrice “regionale” di un gesto come quello compiuto dal ragazzino di Cosenza significa – e questa è la mia opinione – tralasciare nell’analisi il contesto universale. Come ho provato a indicare, spesso ognuno di noi dà una lettura della realtà viziata dalla propria educazione, immersa nel proprio invisibile paradigma di riferimento. Dunque è normale che crescendo in una comunità, per quanto piccola, inquinata da sentimenti di intolleranza e sessismo, un giovane possa proiettare quella realtà sulla sua idea di Calabria. È in effetti la Calabria che ha conosciuto. Ed è ugualmente facile, avendo vissuto una adolescenza relativamente tranquilla, in un ambiente non troppo sessista e tra persone consapevoli, ignorare che esistono “posti” in cui la donna è effettivamente criticata perché frequenta amicizie maschili o veste aderente. Inoltre, alcuni atteggiamenti nei confronti della donna, e alcune discriminazioni ai suoi danni (per esempio il genitore che concede ogni libertà al figlio maschio, ed è fiero di lui se ha molte fidanzate, mentre soffre e spesso prende “provvedimenti” duri se è la figlia a cambiare spesso compagno) sono talmente diffusi e comuni che spesso chi reagisce all’accusa di una Calabria sessista nemmeno li inserisce nell’equazione e può sostenere che “non è vero niente!”.

     

    Ho avuto modo di conoscere, durante la mia esperienza romana, un giovane di San Luca, laureando in medicina, colto, brillante, apparentemente molto intelligente. Chiacchierando, durante una cena, gli ho chiesto se avesse una ragazza. Mi ha risposto che, sì, ne aveva una, in Calabria, una compaesana. Come viveva dunque una storia a distanza? “Beh, quando scendo ci vediamo, vado a casa sua, mi siedo con lei e sua madre o le sue zie e parliamo”. Non uscivano insieme? “Non siamo mica sposati ancora!”. Gli ho chiesto dunque se la conoscesse bene, se si sentissero almeno spesso sul cellulare, e mi ha rivelato che “Le ragazze mica possono avere un cellulare: da noi è così, non si usa”. “Ma tu la ami?” gli ho domandato. “Certo” è stata la risposta convinta “è una brava ragazza, sa cucinare, non esce mai, brava nelle faccende…”. La mia curiosità e quella degli altri convitati, alcuni romani, un paio campani, cresceva sempre di più: “Come vi siete conosciuti?”. “La vedevo sempre in chiesa, era carina, ma io studiavo già a Roma dunque non ero molto sicuro. Tuttavia mio padre non faceva che insistere: ‘trovati una ragazza, datti una mossa, hai una età!’. E io alla fine mi sono deciso a mandarlo a parlare con i genitori di lei”. Il padre del mio amico dunque andò dai genitori della ragazza, chiedendole la mano per conto del figlio, e tutti attesero le due settimane canoniche per la consegna della risposta. Solo alla fine i due giovani si incontrarono, in presenza dei parenti dell’una e dell’altra famiglia.

     

    Questa storia non è esemplare. La cerchia delle persone che ho conosciuto e con cui ho avuto il piacere di parlare nel corso della mia vita non ha le caratteristiche del campione statistico. Ma è significativo che, ancora, IN ITALIA, cioè in un Paese del primo mondo, considerato civilizzato e “culturalmente superiore”, ancora siano presenti, diffuse, considerate lecite, tradizioni come questa. Il moto di condanna che monta dentro l’individuo medio, nell’ascoltare una storia del genere, è legittimo ma mi permetto di suggerire anche “condizionato”. Noi condanniamo la cultura sanluchese “attraverso” il filtro del paradigma in cui siamo cresciuti. Se la nostra socializzazione fosse avvenuta nel suo stesso ambiente, probabilmente non ce ne stupiremmo più di tanto. E se anche con questo non voglio sostenere che dobbiamo astenerci dal promuovere anche tra chi la pensa diversamente da noi delle alternative che sappiamo valide (io stesso ho parlato al mio amico, ripetutamente, di quella cosa meravigliosa che è il libero arbitrio), voglio tuttavia ritornare sulla questione sollevata dal giornalista inglese. La donna, in Italia come, credo, in tutta la società moderna, non è considerata alla pari dell’uomo. La parità dei sessi, ho idea, è lontanissima dall’essere conquistata. In alcuni casi mi sembra che la donna che cerca in tutti i modi di somigliare all’uomo, emancipandosi attraverso la sessualità, sia in realtà “schiava” di una idea di sessualità e da un immaginario dominante prettamente maschile.

     

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    Tuttavia voglio chiudere sul tema principale di questo post: l’universalità della violenza. Un po’ per difendere quanto nella Calabria c’è di buono (e che quotidianamente segnaliamo sul nostro sito: la Calabria Migliore), un po’ per dare un contributo all’eterna diatriba sulla presunta arretratezza del sud. Così come ho citato alcuni casi di femminicidi nel centro e nel nord d’Italia, si può fare lo stesso ragionamento per ogni fatto di cronaca. Questo perché la società umana nella sua interezza ha una struttura frattale, come l’universo che secondo alcune teorie minori della cosmologia è dotato di omotetia interna e si ripete nella sua forma e distribuzione allo stesso modo su scale diverse. La saggezza e l’ignoranza (contrapposizione che preferisco a quella tra i concetti più popolari di bontà e malvagità) è ugualmente distribuita in tutto il mondo. In alcuni paradigmi l’equilibrio è sbilanciato verso le devianze sessuali (penso a quelle culture più maschiliste) in altre verso la violenza gratuita o i fascismi. E sono in molti a sostenere che nel corso dell’evoluzione umana civiltà più consapevoli e illuminate si sono succedute ad altre più violente e repressive. Dire che la Calabria è arretrata, assassina, sessista, razzista, solo perché al suo interno accadono come in tutto il mondo terribili tragedie, è terribilmente sciocco. Ugualmente, affermare che la Calabria sia “completamente” moderna è errato come sostenere che l’Occidente è libertario, tollerante o per niente razzista e sessista.

     

    Per concludere. Come Angela Corica sul Fatto quotidiano, anche io mi sono stupito leggendo il post di Domenico Naso. E sono rimasto colpito soprattutto dal fatto che LUI non sia stato colpito: “La tragedia di Corigliano Calabro non mi ha colpito per nulla. Quando ho sentito la notizia, non ho mosso un muscolo, non ho mostrato segni di sorpresa”. Si è levato un polverone su questo pezzo, per lo più mosso da orgoglio, ma non posso che essere d’accordo su almeno una delle proteste: come fai, caro Domenico, a non rimanere colpito da un gesto del genere? Un ragazzino imberbe massacra la fidanzata adolescente bruciandola ancora viva e tu non muovi un muscolo? Non conosco la tua storia ma ho paura che sia stata molto triste se riesci a rimanere impassibile di fronte a un esempio di violenza così terrificante, disarmante, considerata l’innocenza di cui spesso ammantiamo età come quella del giovanissimo assassino. Qualche tempo fa un branco di minorenni ha violentato una ragazza nel foggiano. Poco tempo prima a Berlino un 13enne ha ucciso una coetanea per un lettore mp3. E, anche qui, l’elenco è sterminato. Se la violenza di Corigliano fosse stata perpetrata a Milano ai danni di una ragazzina lombarda il tuo cuore avrebbe sussultato?