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	<title>Edicola di Pinuccio&#187; statistiche</title>
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	<description>rassegnastampa di Cinquefrondi e della Calabria</description>
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		<title>Occupazione. I laureati calabresi lavorano (e guadagnano) meno dei loro colleghi</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jun 2015 08:46:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>saso</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>LAMEZIA TERME &#8211; Il dato medio non ispira troppa fiducia. In Italia, a un anno dalla laurea, lavora il 44,1% dei giovani. I numeri ricavati dall&#8217;indagine di Almalaurea e riferiti alle università calabresi sono ben al di sotto di questa cifra. Solo il 26,7% degli studenti laureati all&#8217;Unical lavora dopo un anno; la quota scende al 25,3% se ci si sposta all&#8217;Università Mediterranea e risale di un po&#8217;, attestandosi al 32,8%, per i neolaureati dell&#8217;ateneo catanzarese &#8220;Magna Graecia&#8221;. Quasi tutti i (pochi) calabresi che lavorano dopo aver conseguito un titolo, lo fanno nel settore privato (la quota sta tra il 73 e l&#8217;83%). E il guadagno netto mensile si aggira attorno ai 1.000 euro per gli uomini e i 780 per le donne. Una &#8220;differenza di genere&#8221; che si ritrova nel resto del Paese, anche se, a svantaggio dei calabresi, c&#8217;è anche una distinzione geografica: i loro colleghi (che siano uomini o donne) guadagnano, infatti, un centinaio di euro al mese in più.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Contesti più solidi dal punto di vista economico, offrono migliori opportunità. Ed è forse per questo che dal Sud i cervelli cominciano a emigrare addirittura dopo il diploma. I dati, in questo caso, sono aggregati per area geografica: il 98% dei liceali del Nord e il 92% di quelli del Centro decidono di studiare nella loro regione o in una regione vicina; per il Meridione la percentuale scende all&#8217;82%. Si sceglie cioè, di emigrare preventivamente, per non essere costretti a farlo poi. Dopo tre anni, invece (è un altro dei parametri offerti dall&#8217;analisi), la media italiana vede 68 laureati al lavoro su 100. In Calabria va peggio, anche se il dato offerto dall&#8217;Unical (60%) non si discosta troppo da quello nazionale. Magna Graecia, con il 50.9%, e Mediterranea, con il 52,2%, sono nelle posizioni di rincalzo. Differenze significative sul fronte dei guadagni mensili. La media, in Italia, è di 1.330 euro per gli uomini e 1.060 per le donne. Vediamo i dati in regione: i laureati dell&#8217;Unical guadagnano tra 1.191 euro (uomini) e 937 euro (donne); quelli della Mediterranea tra 1.047 e 864; va meglio agli ex studenti dell&#8217;accademia di Catanzaro, che portano a casa tra 1.333 e 999 euro. In ogni caso, resta una forbice piuttosto netta tra uomini e donne.</p>
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		<title>&#8220;Terraingiusta&#8221;: il rapporto di Medici per i Diritti Umani sulle condizioni dei braccianti agricoli stranieri</title>
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		<pubDate>Mon, 25 May 2015 14:06:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pittalis1971</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Martedì 26 maggio 2015 il Municipio di Reggio Calabria ospiterà la presentazione di &#8220;Terraingiusta&#8221;, il rapporto di MEDU – Medici per i Diritti Umani...</p><p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/terraingiusta-il-rapporto-di-medici-per-i-diritti-umani-sulle-condizioni-dei-braccianti-agricoli-stranieri/">&#8220;Terraingiusta&#8221;: il rapporto di Medici per i Diritti Umani sulle condizioni dei braccianti agricoli stranieri</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Martedì 26 maggio 2015 il Municipio di Reggio Calabria ospiterà la presentazione di &#8220;Terraingiusta&#8221;, il rapporto di MEDU – Medici per i Diritti Umani &#8211; sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri in agricoltura. Un quadro di privazione dei diritti più elementari che non riguarda solo il Meridione ma che interroga l&#8217;intera comunità nazionale. Fra gli ospiti Giuseppe De Marzo, coordinatore della Campagna Miseria Ladra di Libera-Gruppo Abele. Il 25 agosto 1989, Jerry Masslo, rifugiato sudafricano, veniva assassinato a Villa Literno in Campania all&#8217;interno di un casolare fatiscente dove viveva con altri braccianti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vittima, prima di tutto, di un clima di grave discriminazione, Masslo si trovava lì per lavorare alla raccolta del pomodoro, portata avanti da migliaia di migranti in condizioni disumane. Un quarto di secolo dopo, il rapporto Terraingiusta, frutto di undici mesi di intervento in cinque territori particolarmente significativi del Meridione d&#8217;Italia, denuncia la drammatica attualità delle condizioni di sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura: lavoro nero o segnato da gravi irregolarità contributive, sottosalario, caporalato, orari eccessivi di lavoro, mancata tutela della sicurezza e della salute, difficoltà nell&#8217;accesso alle cure, situazioni abitative ed igienico-sanitarie disastrose.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per undici mesi, da febbraio a dicembre 2014, le unità mobili di Medici per i Diritti Umani (Medu) hanno prestato prima assistenza medica e orientamento socio-sanitario in differenti territori dell&#8217;Italia meridionale e centrale. Seguendo il ciclo delle stagioni agricole i team di Medu si sono spostati dalla Piana di Gioia Tauro in Calabria, alla Piana del Sele in Campania, dal Vulture Alto Bradano in Basilicata all&#8217;Agro pontino nel Lazio. Nel periodo estivo è stata inoltre monitorata la raccolta del pomodoro nell&#8217;area della Capitanata in Puglia. Sono stati intervistati 788 migranti, dei quali 744 hanno ricevuto assistenza sanitaria per un totale di 876 consulti medici. Questo rapporto è dunque il frutto di testimonianze e dati raccolti a partire dalla pratica sanitaria sul terreno. Un&#8217;indagine che può rappresentare un valido strumento per la comprensione del fenomeno dello sfruttamento dei braccianti immigrati in alcuni territori significativi del Mezzogiorno d&#8217;Italia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo senso Terraingiusta vuole essere una fotografia della situazione attuale con le sue criticità più gravi, i tentativi di cambiamento, le poche buone pratiche e le possibili soluzioni. Nel rapporto viene presentata un&#8217;analisi comparativa dei differenti territori e si analizzano i primi risultati delle Task force promosse dai governi regionali di Puglia e Basilicata contro lo sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura. Insieme a Medici per i Diritti Umani, parteciperanno alla conferenza stampa l&#8217;Associazione per gli Studi Giuridici sull&#8217;Immigrazione (ASGI) e il Laboratorio di Teoria e Pratica dei Diritti dell&#8217;Università di Roma Tre (Ltpd). Asgi e Ltpd hanno collaborato a questa indagine svolgendo un&#8217;accurata analisi della cosiddetta Legge Rosarno e della sua efficacia nel contrasto dello sfruttamento lavorativo a circa due anni dalla sua emanazione.</p>
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		<title>Dati Ue: Calabria regione più povera d&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2015 15:32:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pittalis1971</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La Regione più ricca d&#8217;Europa è quella che comprende la città di Londra, dove il pil pro capite è il 325% del pil pro capite europeo medio, mentre la più povera è Mayotte, territorio oltremare francese, dove il pil pro capite su ferma al 27% della media Ue. La Regione italiana più ricca è la provincia autonoma di Bolzano, e nella classifica delle Regioni europee più ricche si trova poco sotto il 20mo posto. Sempre in Italia la più povera e invece la Calabria, con un pil pro capite di 57%. Restando in Italia, l&#8217;agglomerato regionale più ricco è quello del Nord Ovest, seguito da Nord Est, Centro, Sud e Isole. Per quanto riguarda le singole Regioni, dopo Bolzano la più ricca è la Lombardia (134%), seguita da Valle d&#8217;Aosta (132%), provincia autonoma di Trento (127%), Emilia Romagna (120%), Lazio (118%), Liguria (112%), Veneto 111%), Friuli Venezia Giulia e Toscana (107%), Piemonte (106%), Marche (93%) e Umbria (90%). Tra le più povere, dopo la Calabria, ci sono Sicilia e Puglia (61%), Campania (63%), Basilicata e Sardegna (69%), Molise (70%) e Abruzzo (85%).</p>
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		<title>I calabresi si curano fuori regione. L&#8217;emigrazione sanitaria arriva al 19% e peggiora l&#8217;assistenza negli ospedali</title>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2015 09:42:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pittalis1971</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>CATANZARO &#8211; La sfiducia verso la sanità calabrese continua a crescere. Un sentimento che produce un effetto concreto: l&#8217;aumento dell&#8217;emigrazione verso ospedali fuori regione. Il dato è messo nero su bianco nell&#8217;ultimo verbale del Tavolo ex Massicci, secondo cui la cosiddetta &#8220;mobilità passiva&#8221; supera il 19% dei ricoveri dei residenti per acuti in regime ordinario. Una percentuale superiore rispetto agli ultimi tre anni. La riorganizzazione della rete ospedaliera e assistenziale, evidentemente, ancora non garantisce servizi in grado di convincere i calabresi. Che preferiscono affidarsi alle cure di strutture extraregionali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma è tutta la situazione relativa ai Lea (i Livelli essenziali di assistenza) a preoccupare. Il punteggio complessivo della Calabria, infatti, «si colloca ancora al di sotto della soglia di adempienza piena», sottolineano i tecnici che si occupano della supervisione del Piano di rientro dal debito. L&#8217;offerta ospedaliera, ad esempio, è pari a 2,89 posti letto per mille residenti (anno 2014). La dotazione per le &#8220;acuzie&#8221;, in particolare, arriva a quota 2,40, mentre quella per le &#8220;post-acuzie&#8221; raggiunge lo 0,50. Quanto all&#8217;efficienza della rete dell&#8217;emergenza-urgenza, il tempo necessario per l&#8217;arrivo dei primi mezzi di soccorso si aggira attorno ai 26 minuti (dato riferito al 2013), un tempo che «risulta largamente superiore alla soglia ritenuta adeguata».<br />
Insufficiente anche l&#8217;assistenza a domicilio per gli anziani, che raggiunge la quota di 0,19% a fronte di un intervallo di riferimento dell&#8217;1,8%. Così come è «inadeguato» il numero di posti nelle strutture semiresidenziali per disabili (0,05 contro lo 0,18 standard). «Forti criticità» pure per quel che riguarda l&#8217;area della prevenzione, soprattutto in relazione agli screening oncologici. L&#8217;ex Massicci, durante la riunione dello scorso 8 aprile, ha poi evidenziato la forte riduzione del tasso di ospedalizzazione per la popolazione ultra-75enne, che risulta pari a 315 per mille anziani, inferiore rispetto al valore di riferimento di 381.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>PAGAMENTI<br />
Se l&#8217;offerta sanitaria lascia ancora a desiderare, non va certo meglio sotto l&#8217;aspetto prettamente contabile. L&#8217;indicatore della regione dice che il tempo medio per i pagamenti delle Aziende sanitarie è superiore a un anno (393 giorni), un dato che comunque è influenzato dalle numerose erogazioni effettuate sul debito contratto prima del 2008. L&#8217;ex Massicci ribadisce quindi la necessità «che la struttura commissariale assicuri tutti gli interventi possibili al fine di superare tale situazione», in modo da allineare i tempi di pagamento alle direttive europee fissate nel 2011.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>IL DEBITO<br />
Grande attenzione è riservata alla ricognizione sul debito. La Regione, al IV trimestre del 2014, presenta un disavanzo superiore ai 41 milioni di euro. Cifra alla quale si è arrivati grazie all&#8217;aumento delle aliquote fiscali relative all&#8217;anno d&#8217;imposta 2015, pari a quasi 100 milioni di euro. Tasse più alte che hanno prodotto un avanzo di quasi 59 milioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I COSTI<br />
Diminuisce di circa 25 milioni (rispetto al 2013) il costo del personale dipendente e no, per una spesa complessiva che raggiunte l&#8217;1,2 milioni di euro. La riduzione è determinata per 19,8 milioni da personale sanitario e per 5,6 da amministrativi. «Rispetto al programmatico 2014 – scrivono i tecnici del Tavolo – il costo del personale risulta inferiore di 2,5 milioni». La spesa insomma si riduce in tutte le Aziende, ma il dato più rilevante riguarda l&#8217;Asp di Reggio, che ha prodotto tagli pari a 12,4 milioni.</p>
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		<title>La Calabria maglia nera dell’Europa per disoccupazione giovanile</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Apr 2015 18:20:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pittalis1971</dc:creator>
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		<category><![CDATA[economia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>NON SOLO cenerentola d’Italia, ma anche d’Europa. La Calabria, infatti, insieme alla Puglia è tra le 10 regioni d’Europa ‘maglia nera’ per la disoccupazione giovanile, posizionandosi rispettivamente...</p><p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/la-calabria-maglia-nera-delleuropa-per-disoccupazione-giovanile/">La Calabria maglia nera dell’Europa per disoccupazione giovanile</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>NON SOLO cenerentola d’Italia, ma anche d’Europa. La Calabria, infatti, insieme alla Puglia è tra le 10 regioni d’Europa ‘maglia nera’ per la disoccupazione giovanile, posizionandosi rispettivamente settima e nona con il 59,7% e il 58,1% di ragazzi tra i 15 e 24 anni senza lavoro. Sono i dati Eurostat per il 2014, da cui emerge anche che l’Italia, insieme a Spagna e Grecia, è tra quei paesi con regioni dove il tasso di disoccupazione generale supera il 20,2%, ossia il doppio della media Ue. In Italia sono 4 (Campania 21,7%, Puglia 21,5%, Calabria 23,4% e Sicilia 22,2%), contro le 13 della Spagna e le 12 della Grecia. L’Italia, con la provincia autonoma di Bolzano, ha però anche il record positivo di almeno una regione tra quelle con il tasso più basso di disoccupazione in Europa, inferiore alla soglia del 5% (4,4%). La tendenza a livello europeo dimostra che in oltre la metà delle regioni dei 28 la disoccupazione è calata di almeno lo 0,5% rispetto al 2013. I tassi più bassi sono stati registrati in Repubblica ceca a Praga e in Germania nell’Oberbayern (entrambi al 2,5%), seguite da altre quattro regioni tedesche (Tuebingen, Oberpfalz, Niederbayern e Unterfranken, sotto il 3%). Sono invece tutte e cinque regioni spagnole quelle con il più alto tasso di disoccupazione nell’Ue: Andalusia (34,8%), Canarie (32,4%), Ceuta (31,9%), Estremadura (29,8%) e Castiglia-la Mancia (29%). Simili anche i risultati per la disoccupazione giovanile: maglia nera alla regione di Ipeiros in Grecia (69,8%) seguita da Ceuta (67,5%), Andalusia (61,5%) e Castiglia (61,3%), mentre record positivo per Oberbayern (3,7%), Stoccarda (4,7%), Karlsruhe (4,8%) e Friburgo (5%).</p>
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		<title>Morti per inefficienza sistema sanitario, ancora troppi i casi al sud</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Mar 2015 10:52:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pittalis1971</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>La mortalità evitabile, quella dovuta all&#8217;inefficienza del servizio sanitario, è in calo negli ultimi anni, anche se le regioni del Sud rimangono sopra la media nazionale. Lo...</p><p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/morti-per-inefficienza-sistema-sanitario-ancora-troppi-i-casi-al-sud/">Morti per inefficienza sistema sanitario, ancora troppi i casi al sud</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La mortalità evitabile, quella dovuta all&#8217;inefficienza del servizio sanitario, è in calo negli ultimi anni, anche se le regioni del Sud rimangono sopra la media nazionale. Lo afferma il rapporto Osservasalute 2014 realizzato dall&#8217;Osservatorio sulla Salute delle regioni e presentato oggi a Roma. Se, da una parte dal 2006 al 2011 a livello nazionale si è assistito a una riduzione del tasso di mortalità evitabile passato dall&#8217;80,87 (per 100.000) del 2006 al 74,92 (per 100.000) del 2011. La mortalità riconducibile ai servizi sanitari è inferiore al valore nazionale (pari a 75,14 per 100.000) in 8 regioni: Lombardia, PA di Bolzano, PA di Trento, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche. Dall&#8217;altra Valori significativamente superiori al dato nazionale si registrano, invece, in Lazio, Campania, Calabria e Sicilia, dove il sistema sanitario dimostra di non funzionare. Il sistema, avvertono gli autori, rischia però di essere travolto dall&#8217;aumento dei malati cronici determinato dall&#8217;invecchiamento della popolazione e dalla scarsa prevenzione. &#8220;I modelli di previsione della Ragioneria Generale dello Stato &#8211; spiega Alessandro Solipaca, Segretario scientifico dell&#8217;Osservatorio &#8211; testimoniano che l&#8217;invecchiamento della popolazione comporterà un aumento di spesa sanitaria, infatti questi prevedono che la quota di spesa sanitaria pubblica in rapporto al Pil raggiungerà il 7,5% nel 2035, superiore di mezzo punto a quella odierna attestata al 7,0%&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A questo si aggiunge, continua Solipaca, il fatto che &#8220;l&#8217;invecchiamento acuirà il problema della spesa per l&#8217;assistenza agli anziani. Attualmente il peso grava in parte sulle spalle delle famiglie, ma in futuro questo diverrà insostenibile, sia dal punto di vista economico sia da quello sociale&#8221;. E sul personale del Servizio Sanitario Nazionale negli ultimi anni c&#8217;è stata una vera e propria emorragia. Lo afferma ancora il rapporto Osservasalute. A livello nazionale i dati mostrano come il tasso di compensazione del turnover, sia in tutti e 4 gli anni presi a riferimento sia minore di 100.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Analizzando il trend 2009-2012 si evince che il tasso di compensazione si è costantemente ridotto nel periodo considerato, arrivando a segnare 68,9 punti percentuali nel 2012, circa 10 punti percentuali in meno rispetto all&#8217;anno precedente (78,2% nel 2011). A livello regionale si riscontra una forte eterogeneità del tasso di compensazione del turnover con unicamente 2 regioni (Valle d&#8217;Aosta e Trentino-Alto Adige) che mostrano nel 2012 valori maggiori di 100; in generale il divario Nord-Sud ed Isole è meno marcato rispetto agli anni precedenti. &#8220;Particolarmente critica &#8211; si legge nel rapporto &#8211; la situazione di Lazio, Puglia, Campania, Molise e Calabria che mostrano tutte valori inferiori al 25%&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il sistema, spiegano gli autori, sconta una diminuzione delle risorse. &#8220;Nel 2013 la spesa sanitaria pubblica pro capite è di 1.816 euro. Tale valore del 2013 è il risultato di un trend in diminuzione della spesa sanitaria nazionale che si riduce del 2,36% fra il 2010 e il 2013 con un tasso medio annuo composto di -0,79% e con un decremento dell&#8217;1,50% solo nell&#8217;ultimo anno&#8221;.</p>
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		<title>In Calabria la maggiore incidenza di omicidi d&#8217;Italia. Ma la percezione della criminalità è tra le più basse</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Feb 2015 17:17:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pittalis1971</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>IL DATO è di quelli che, senza dubbio, fanno riflettere e potrebbe aprire un vero e proprio dibattito: quanto emerge dall&#8217;annuale studio NoiItalia 2015 dell&#8217;Istat per quanto riguarda la Calabria, sottol&#8217;aspetto della criminalità, appare quasi come un vera e propria contraddizione. Secondo quanto riportato dall&#8217;Istat la Calabria si pone largamente al vertice delle triste classifica (dati riferiti al 2013) degli omicidi volontari commessi (ed anche dei tentati omicidi) con un rapporto rispetto alla popolazione pari a 2,437 omicidi ogni 100.000 abitanti, per capirci la seconda in questa speciale classifica è la Campania con un rapporto di 1.32 seguita da Sicilia, Puglia e Sardegna, con valori compresi tra 1,32 e 1,09 omicidi consumati per 100 mila residenti. Il valore più basso, dopo la Valle d’Aosta in cui non ci sono stati omicidi volontari, si registra invece in Veneto (0,24) verso la parte bassa della classifica si trova anche la Lombardia con un rapporto di 0,61. Per aver un termine di paragone il dato medio italiano è 0,83 omicidi volontari consumati per 100 mila abitanti. I livelli meno elevati si registrano nel Nord-est (0,45 omicidi per 100 mila abitanti), seguito dal Nord-ovest e dal Centro (0,59 e 0,77 rispettivamente). L’unica ripartizione sopra la media nazionale risulta il Mezzogiorno (1,27) con la Calabria, per l&#8217;appunto, che si fa notare con una incidenza pari a 4 volte la media nazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;articolo continua <a href="http://www.ilquotidianoweb.it/news/cronache/734309/In-Calabria-la-maggiore-incidenza-di.html">QUI</a></p>
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		<title>L&#8217;inarrestabile mortalità delle imprese italiane. Crisi e stretta creditizia ne soffocano circa 1600 al giorno</title>
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		<pubDate>Fri, 31 May 2013 14:57:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edicoladipinuccio redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>COME GIA NON BASTASSERO le angustie dettate da una drammatica contingenza planetaria la cui luce in fondo al tunnel si allontana come un miraggio, un ulteriore nuovo...</p><p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/linarrestabile-mortalita-delle-imprese-italiane-crisi-e-stretta-creditizia-ne-soffocano-circa-1600-al-giorno/">L&#8217;inarrestabile mortalità delle imprese italiane. Crisi e stretta creditizia ne soffocano circa 1600 al giorno</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/linarrestabile-mortalita-delle-imprese-italiane-crisi-e-stretta-creditizia-ne-soffocano-circa-1600-al-giorno/cartello-fallimento-chiuso/" rel="attachment wp-att-64709"><img class="alignleft size-medium wp-image-64709" alt="cartello fallimento chiuso" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2013/05/cartello-fallimento-chiuso-253x169.jpg" width="253" height="169" /></a>COME GIA NON BASTASSERO le angustie dettate da una drammatica contingenza planetaria la cui luce in fondo al tunnel si allontana come un miraggio, un ulteriore nuovo grido d’allarme sul credit crunch bancario è stato lanciato appena poco tempo fa da Giorgio Squinzi durante i lavori della tradizionale assemblea annuale dell’associazione degli industriali, tenutasi a Roma presso il complesso dell’Auditorium Parco della Musica, e come sempre avviene in questi casi, non lasciato presagire nulla di buono sul fronte della liquidità delle aziende italiane. Lo stato di salute della concessione di credito alle nostre imprese è abbastanza preoccupante con gli istituti di credito che hanno inteso serrare, più di quanto la congiuntura e gli andamenti della produzione interna non hanno già fatto, i cordoni delle borse sottraendo ossigeno importante all’operatività delle stesse imprese e delle famiglie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Già perché secondo un recente studio</strong> della Cgia di Mestre ogni giorno chiudono i battenti nel nostro Paese circa 1600 imprese, molte della quali potrebbero proseguire la loro attività &#8211; magari ristrutturandosi ed innovandosi per riproporsi al mercato e coglierne le migliori opportunità nel contesto internazionale – ma sono impedite dal farlo in quanto non trovano sponda negli istituti di credito. Lo stesso Squinzi a proposito è stato perentorio affermando che &#8220;lo stock dei prestiti erogati alle imprese è calato di 50 miliardi negli ultimi 18 mesi. Un taglio senza precedenti nel dopoguerra.&#8221; Eppure sono proprio le imprese il punto di partenza a cui fare riferimento per far riavviare il volano dell’economia nazionale che, in una sorta di circolo virtuoso, potrebbe ingenerare quella ricchezza e produrre quell’occupazione di cui si avverte tanto il bisogno. E questa almeno parrebbe la strada che il neo premier Letta sarebbe intenzionato a percorrere stando alle dichiarazioni programmatiche con le quali ha chiesto ed ottenuto la fiducia parlamentare e che hanno posto al centro dell’azione di governo misure urgenti per la crescita e per l’occupazione, soprattutto giovanile, su cui anche il presidente della Bce Mario Draghi si è recentemente soffermato dichiarando senza messe misure che “l&#8217;alto tasso di disoccupazione giovanile è una minaccia per la stabilità sociale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>”Eppure di iniezioni di liquidità nel sistema bancario</strong> europeo la Bce ne fatte parecchie, come ha avuto modo di riconoscere lo stesso governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, riportando come negli ultimi 3 anni siano stati oltre 1000 i miliardi trasfusi in rete che hanno consentito di arginare cadute più rovinose ad imprese e famiglie. Dichiarazioni che un po’ stridono con l’andamento generale della produzione industriale italiana che &#8211; stando alle certificazioni dell’Istat &#8211; continua a diminuire, rilevando nel trimestre gennaio-marzo 2013 un calo del 5,2 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, con una escalation da brividi che ha fatto registrare il primato ben poco invidiabile del diciannovesimo ribasso consecutivo in termini tendenziali. Pur vero è che bisogna riconoscere che l’aumento della prudenzialità nelle erogazioni bancarie si è innescato alla proporzionale diminuzione della raccolta interna ed al conseguente aumento degli incagli e delle sofferenze che ne hanno minato la fluidità ed inciso &#8211; con non poche preoccupazioni &#8211; sui bilanci e la loro stessa tenuta in termini di stabilità secondo i dettati delle “tagliole” di Basilea2 e Basilea3.</p>
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		<title>Trend positivo per i traffici nello scalo gioiese grazie alla movimentazione di container e di automobili</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Apr 2013 22:23:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edicoladipinuccio redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[economia]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>GIOIA TAURO &#8211; La crescita dei traffici del porto di Gioia Tauro conferma il trend positivo di fine anno. I primi tre mesi del 2013 registrano un graduale e costante incremento di trasbordo-container pari al 22% in più rispetto a quelli movimentati nello stesso periodo del 2012. Il primo trimestre dell’anno ha visto giungere a Gioia Tauro 743.796 teus (609.582 nel I° trimestre del 2012) che sottolineano il positivo cambiamento di rotta dello scalo, primo terminal di transhipment italiano. Stessa fotografia, e di gran lunga migliore, è stata confermata dal settore delle autovetture con un balzo positivo che supera qualunque aspettativa e che si posiziona su una crescita che tocca circa il 300%.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nei primi tre mesi di questo anno,</strong> infatti, sono state movimentate 77.708 vetture registrando un vistoso incremento dei traffici rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, concluso invece con una movimentazione di 19.873 auto. Si tratta, in entrambi i casi (container e autovetture), di un dato rilevante che conferma Gioia Tauro il primo porto italiano nel settore del transhipment con un’asticella dell’andamento delle movimentazioni-merci che continua a proiettarsi verso l’alto. Attestando, quindi, risultati positivi consolidati ormai da diversi mesi che invertono il trend negativo che ha segnato, negli ultimi anni, la vita della scalo calabrese. A contribuire a risalire la china sono stati, quindi, gli ottimi risultati registrati sia nel settore dei container, gestito dalla MedCenter Container Terminal, che in quello delle autovetture controllato dalla Ico Blg. Un circuito virtuoso che punta a far recuperare al porto di Gioia Tauro la centralità nel trasporto delle merci nel Mediterraneo. Alla base della ripresa vi è, senz&#8217;altro, l’entrata della Msc di Aponte (tramite la sua associata Til) che ha messo radici a Gioia Tauro, dopo aver acquisito il 33% delle azioni della Mct. Da quel giorno, la presenza, in banchina, della Mediterranean Shipping Company s&#8217;è fatta notare, con un aumento costante e mensile delle sue navi. A dare man forte al clima positivo sono stati gli addetti allo scalo, grazie alla loro riconosciuta professionalità, che hanno recuperato con caparbietà la necessaria produttività.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nonostante gli ottimi risultati</strong> di movimentazione dei traffici, la generale condizione occupazionale, vissuta dai lavoratori del porto e delle imprese dell’indotto, rimane, comunque, di forte crisi. Sono, ancora, in regime di Cassa Integrazione Straordinaria 486 unità lavorative della MedCenter Container Terminal che sono state, necessariamente, inserite dall’azienda nel proprio piano di riorganizzazione già approvato dal Governo. Di riflesso, si registrano condizioni critiche anche in alcune ditte dell’indotto che testimoniano una generale e difficile realtà occupazionale, in questa fase di recessione globale, di livello nazionale e, soprattutto, regionale. Intorno al porto di Gioia Tauro, infatti, si sviluppano giustificate aspettative occupazionali che testimoniano la necessità di avere un maggiore radicamento dello scalo nel sistema produttivo del territorio che lo ospita. A tale proposito risulta fondamentale, per garantire una maggiore crescita del porto e quindi un incisivo incremento delle sue ricadute occupazionali, l’istituzione di una Zona Economica Speciale (ZES) che faccia di Gioia Tauro un’ambita meta di investimento imprenditoriale. Toccherebbe un’area pari a 740 ettari che garantirebbe interessanti opportunità di investimento esteri in Italia, catalizzando l&#8217;interesse di grandi gruppi internazionali con conseguenti e attesi risvolti occupazionali e di sviluppo economico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Si tratta di un sistema di particolari</strong> agevolazioni che deve essere richiesto, e quindi sostenuto, dal Governo italiano presso l’Unione Europea ma che, fino ad oggi, ha avuto scarso successo. In questo percorso di rilancio dello scalo l’Autorità portuale, guidata da Giovanni Grimaldi, ha altresì sottoscritto due accordi di cooperazione per ribadire e incentivare la centralità del porto di Gioia Tauro nel circuito dei traffici internazionali del Mediterraneo. A gennaio 2012 a New York ha siglato un gemellaggio con la Port Authority di New York seguito, poi, lo scorso febbraio, dall’accordo di cooperazione con la Port Authority di Shanghai. L’obiettivo è quello di favorire e incentivare la crescita degli scambi commerciali tra Asia, Mediterraneo e la costa orientale degli Stati Uniti utilizzando la rotta del canale di Suez che, rispetto alla Transpacifica, offre maggiori garanzie in termini di efficienza ed affidabilità. Si tratta di una strategica alleanza che mette insieme due realtà portuali internazionali, Shanghai e New York, collegati attraverso un ponte “virtuale” offerto dallo scalo di Gioia Tauro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Pasqua 2013, le stime Fiesa-Confesercenti: “Vendite alimentari giù del 10%&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Mar 2013 16:07:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edicoladipinuccio redazione</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>ROMA &#8211; Uova di cioccolato giù dell&#8217;8% Pasqua bassa, consumi al ribasso. Nemmeno le prossime festività pasquali sfuggono al generale calo della spesa delle famiglie italiane: secondo le stime degli operatori, le vendite alimentari per la Pasqua segneranno una contrazione media molto pronunciata, nell’ordine del 10%. La stima è di Fiesa, l’associazione di categoria Confesercenti che riunisce gli esercenti specialisti di alimentazione. In occasione delle festività pasquali, Fiesa ha condotto il consueto sondaggio sugli operatori commerciali del settore per tracciare un primo bilancio dell’andamento delle vendite. Le aspettative sono improntate a forte preoccupazione: sulla base degli ordini ricevuti fino ad ora, gli esercenti Fiesa si attendono una sostanziale diminuzione delle vendite totali rispetto a Pasqua 2012, anche se sulla spesa finale inciderà molto l’aspetto meteorologico, cui è legata la variabile dell’eventuale praticabilità del ponte pasquale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La crisi economica, occupazionale e politica</strong> ha compresso il reddito globale delle famiglie italiane. Un fattore che, insieme alla lunghezza estenuante del periodo di difficoltà, ha contribuito a generare un clima di pessimismo, di cui risente anche il mercato dei prodotti tipici della Pasqua. Nello specifico, sul fronte dei dolci tipici della ricorrenza, i panificatori e i pasticceri Fiesa prevedono una riduzione media degli acquisti tra il 5% e il 7% per le colombe, mentre un calo del 8% interesserà gli acquisti di uova. Stabile invece la nicchia delle pizze pasquali, dolci e salate. Meglio dovrebbero andare i prodotti artigianali: i clienti li preferiscono per l’alta qualità e perché gli operatori, per mantenersi competitivi e conservare quote di mercato, abbassano i prezzi tagliando sulla propria marginalità. Lieve calo anche per le carni, con stime che variano in modo significativo a seconda della tipologia di prodotto esaminata: pressoché inalterate le vendite delle carni bianche &#8211; soprattutto polli e tacchino – mentre ci si aspetta una contrazione del 10% per gli agnelli. Sui salumi si registrerà una lieve flessione, di circa il 5%, in parte ascrivibile alle incertezze legate alle condizioni di praticabilità del ponte pasquale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Non sfuggono al calo generale neanche le vendite di pesce</strong>, (-3%), nonostante la diminuzione dei prezzi (fino al -10%) che ha riguardato il pesce d’allevamento e le vongole in particolare. Stabile il consumo di pesce azzurro, mentre calano decisamente gli acquisti di crostacei e frutti di mare (-8%). Stime in ribasso (-3%) anche per le vendite dei vini. Il settore è tra quelli che hanno maggiormente risentito della forte crisi economica e della perdita di potere d’acquisto dei cittadini, che depotenzia il mercato in termini di valore. Rimangono stabili, comunque i vini di qualità da regalare. Tutta la nicchia della regalistica alimentare, dagli alcolici di pregio ai cesti regalo, sembra indirizzata verso una sostanziale stabilità delle vendite.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Confesercenti: &#8220;Per la crisi l&#8217;80 per cento delle famiglie italiane ha ridotto le spese nel 2012&#8243;</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jan 2013 16:09:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edicoladipinuccio redazione</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>ROMA &#8211; Nel 2012 l’80% delle famiglie colpite direttamente dalla crisi, quasi il 90% dei nostri concittadini ha ridotto le spese. Gli italiani sono sempre più scettici sull’uscita rapida dalla crisi. Per i prossimi dodici mesi, solo il 16% dei nostri concittadini – la metà dello scorso anno &#8211; vede in arrivo un miglioramento per l’economia del Paese, mentre il restante 84% pensa che il 2013 non porterà alcuna evoluzione positiva, ma addirittura un ulteriore peggioramento. È questo il quadro che emerge dal Sondaggio Confesercenti-SWG sulle prospettive economiche dell’Italia per l’anno appena iniziato. Situazione economica italiana: inadeguata o pessima per l’87% ed il 44% prevede peggioramenti in arrivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La salute dell’economia italiana è giudicata</strong> negativamente dall’87% del campione. In particolare, il 36% la ritiene inadeguata, mentre il 51%, la maggioranza, addirittura pessima. A promuoverla solo il 13%, che la segnala come discreta (11%, in aumento del 3% sullo scorso anno) o buona (2%, in calo dell’1%). Anche sulle prospettive si registra una grave sfiducia. Solo il 16% degli intervistati vede una svolta (lo scorso anno erano esattamente il doppio (32%). Ad avere una visione più positiva sono i giovani sotto i 24 anni (22,9% di ottimisti) e chi vive nelle Isole (22,2%). Aumentano significativamente i pessimisti, che passano dal 30 al 44% del campione generale, che pensano che nel 2013 andremo incontro ad un ennesimo peggioramento dell’economia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Una percentuale che sale al 45,6% tra gli abitanti del Nord Ovest</strong> e addirittura al 49% nella fascia d’età 35-44 anni. Il 40% degli italiani ritiene invece che la situazione resterà la stessa del 2012: anche in questo caso, i valori massimi si registrano nella fascia d’età tra 18 e 24 anni, dove si registra un picco del 42,9%. Situazione economica personale e della famiglia: nove italiani su dieci non credono in un ribaltamento. Se per l’Italia ci si aspetta un ulteriore peggioramento, le prospettive per la propria famiglia e la situazione personale sono solo un po’ meno negative. L’84% degli intervistati non crede in un miglioramento. Il 52% dei nostri concittadini ritiene che la situazione rimarrà la stessa, in aumento del 5% sullo scorso anno. Calano gli ottimisti, che passano dal 17 al 14 per cento, così come i pessimisti, che scendono al 34% dal 36% dello scorso anno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Si spera sul voto per il varo di interventi</strong> su lavoro e costi della politica Per il 2013, la maggioranza degli italiani (il 59%) vuole far leva sul nuovo esecutivo per porre alla sua attenzione l’emergenza lavoro, scelta dal 31% degli intervistati a causa del forte sentimento d’insicurezza sul futuro. È significativo che, subito dopo, gli italiani chiedano di abbassare le tasse e di ridurre i costi della politica (il 23% del campione in entrambi i casi). Ovvero meno spese e meno sprechi per liberare risorse utili a tagliare l’insostenibile pressione fiscale, come sostiene da tempo e con molta forza la Confesercenti. 2012, anno nero: la crisi colpisce l’80% delle famiglie. Solo 6 italiani su 10 arrivano a fine mese, l’86% ha ridotto le spese. L’accento posto sulla questione lavoro nasce dalla crescente difficoltà degli italiani ad arrivare alla fine del mese con i loro guadagni. Nel 2012 il 41% degli interpellati dichiara di non riuscirci, né con il proprio reddito né con quello familiare. E se nel 2010 circa il 72% del campione riusciva a far fronte alle spese della famiglia per tutto il mese, quest’anno la percentuale cala bruscamente al 59%. Cresce invece di 5 punti rispetto a due anni fa il numero di coloro che ce la fanno solo fino alla seconda settimana (ora il 23% del campione), mentre sale di ben 8 punti la platea di chi arranca fino al traguardo della terza settimana (passando dal 20% del 2010 al 28% del 2012). L’80% degli intervistati segnala che la crisi ha colpito anche il proprio nucleo familiare: il 37% ha ridotto fortemente le spese, il 21% ha invece tagliato sulle attività di svago. Problemi lavorativi per il 20% delle famiglie italiane che hanno registrato: la perdita del posto di lavoro (il 14%) o la cassaintegrazione per uno dei suoi membri (il 6%)</p>
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		<title>Nel 2012 hanno chiuso 700 imprese edili.  Il segretario generale della Filca-Cisl tira le somme dell’annus horribilis del settore costruzioni nella provincia di Reggio Calabria</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Dec 2012 21:42:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edicoladipinuccio redazione</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA -  Nel 2012 hanno chiuso 700 imprese edili 700 Le imprese chiuse Nel corso del 2012 hanno chiuso battenti o sono fallite settecento imprese in tutto il territorio provinciale. Un dato drammatico che raffigura meglio di ogni parola la crisi economica. 2500 I lavoratori licenziati L’emorragia di posti di lavoro è stata terribile. E anche il lavoro nero è cresciuto a dismisura. Effetti diretti della crisi Nudi e crudi. Certi numeri fanno davvero impressione. E non servono nemmeno troppe parole per fotografare la realtà economica reggina che diventa sempre più asfittica. Se poi aggiungiamo anche l’i mmagine del cantiere di Sant’Anna del nuovo Palazzo di Giustizia (la più grande opera presente sul territorio e completata per almeno l’80% e finito nelle sabbie mobili della crisi della Bentini e della nostra Amministrazione comunale) e bloccato dallo scorso mese di luglio, il quadro è ben delineato. Da sempre la leva che muove l’economia reggina è l’e d i l izia e se questa accusa cifre negative la crisi non resta circoscritta tra pilastri e solette ma si abbatte con un effetto moltiplicatore su tutto il resto. E allora se il settore delle costruzioni in tutta la nostra provincia accusa numeri da paura che dicono che nel 2012 hanno chiuso battenti o sono fallite settecento imprese edili, e duemilacinquecento sono i lavoratori licenziati, emerge una realtà drammatica con cui bisogna necessariamente confrontarsi.</p>
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		<title>Confindustria Cosenza rivela i numeri della crisi calabrese: Pil -1,4 per cento, disoccupazione sfiora il 20 per cento</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jul 2012 12:16:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edicoladipinuccio redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>COSENZA &#8211; Il confronto su come uscire dalla crisi partendo dall’analisi proposta da Confindustria Cosenza nello studio “L’ombra lunga della crisi. Rapporto sull’economia calabrese nel 2011 e...</p><p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/confindustria-cosenza-rivela-i-numeri-della-crisi-calabrese-pil-14-per-cento-disoccupazione-sfiora-il-20-per-cento/">Confindustria Cosenza rivela i numeri della crisi calabrese: Pil -1,4 per cento, disoccupazione sfiora il 20 per cento</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>COSENZA &#8211; Il confronto su come uscire dalla crisi partendo dall’analisi proposta da Confindustria Cosenza nello studio “L’ombra lunga della crisi. Rapporto sull’economia calabrese nel 2011 e primo trimestre 2012”, moderato dal Direttore Branda, è stato animato dal Presidente degli Industriali cosentini Renato Pastore e dal Vice Presidente Natale Mazzuca, dall’autrice del Rapporto Rosanna Nisticò dell’Università della Calabria e dal Presidente della Giunta della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti. Dal convegno che si è tenuto presso la sede degli Industriali cosentini sono venute fuori alcune proposte. Il Presidente degli Industriali cosentini Renato Pastore si è soffermato sulla necessità di semplificare la macchina burocratica perché «così le cose non vanno e si rischia di veder morire altre imprese. Anche quando siamo in presenza di eccellenti intuizioni e volontà politiche tradotte in delibere, queste stesse non vengono implementate dalle strutture tecniche che ingessano l’attività regionale». Per il Presidente Pastore occorre «assistere le imprese ancora in vita, affrontando il nodo del credito in direzione del rafforzamento dei confidi ed aumentando i fondi di garanzia, favorendo i punti di eccellenza ed investendo in ricerca e sviluppo».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/economia-2/confindustria-cosenza-rivela-i-numeri-della-crisi-calabrese-pil-14-per-cento-disoccupazione-sfiora-il-20-per-cento/attachment/mazz_scop_past/" rel="attachment wp-att-42846"><img class="alignright size-full wp-image-42846" title="confindustria cosenza" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/07/mazz_scop_past.jpg" alt="" width="260" height="176" /></a></strong><strong>Per il Presidente della Sezione Edile</strong> Ance Cosenza Natale Mazzuca «la crisi continua a mordere il settore delle costruzioni, sia per quanto attiene il calo degli investimenti che per i lavori pubblici. Gli effetti sull’occupazione e sulle imprese sono pesantissimi. Nel 2011 il numero degli occupati nelle costruzioni nella regione ha registrato una riduzione significativa del 14,7% su base annua (-5,3% per l’Italia), accentuando il trend negativo degli ultimi anni. Tra il 2008 ed il 2011 si sono registrati 11.300 occupati in meno nel settore. Occorre eliminare i vincoli che impediscono alle nostre imprese di partecipare a bandi di gara di grossa entità e liberalizzare il Patto di Stabilità su cui la Regione Calabria si è impegnata ma ancora non ha prodotto determine specifiche. Per superare questa crisi la strada da percorrere insieme è dettata dal recupero dei valori del mercato e della concorrenza. Proprio in questa direzione abbiamo inteso riproporre al Presidente Scopelliti di istituire una Stazione Unica Appaltante provinciale».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Di “emergenza occupazionale</strong> ed esplosione della disoccupazione” ha parlato la professoressa Rosanna Nisticò, curatrice del rapporto sull’economia. «C’è un effetto spinta che sta creando questa situazione: per mettersi al riparo dalla crisi e dal deterioramento dei redditi, più persone si sono messe alla ricerca di un lavoro. Bisogna potenziare la domanda interna e puntare a catturare quella estera e collegare i bisogni sociali insoddisfatti alla crescita economica. Sviluppare conoscenza, innovare, competere, crescere è vitale per tutte le economie, ma è ancora più urgente per quelle finora deboli e dipendenti».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>«Il pericolo di un ulteriore peggioramento</strong> economico per la nostra regione è in agguato. Ulteriori arretramenti, però, rischierebbero di indebolire in maniera definitiva la tenuta sociale della nostra regione &#8211; ha sottolineato il Direttore di Confindustria Cosenza Rosario Branda nel moderare il dibattito &#8211; facendola precipitare in una insostenibile condizione di vulnerabilità tanto socio-economica, che politico-istituzionale. La crisi fa capire in maniera forte e diretta che per uscirne non basta un deus ex machina, così come non esiste una politica di per sé risolutiva. C’è bisogno di uno sforzo corale, appassionato, generoso e di valenza lunga. Come avvenne nella stagione della Programmazione Negoziata. Stato centrale e Stato locale che si prendono per mano; soggetti sociali nazionali e locali che giocano la stessa partita seppure in campi diversi; cittadini e comunità locali che non aspettano soluzioni dall’alto ma che si mettono al lavoro e in relazione con il resto».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ha concluso i lavori del convegno</strong> il Presidente della Giunta Regionale Giuseppe Scopelliti che si è dichiarato fiducioso per il futuro della regione «se sapremo giocare in squadra, lavorando bene sui fondi comunitari e dedicandoci, oltre che agli investimenti in infrastrutture, ai settori chiave: turismo, beni culturali ed agroindustria. Su altre risorse non possiamo contare perché quelle regionali sono già impegnate e da Roma veniamo chiamati solo per fornire aiuti e non per riceverli. Questa politica è libera e vuole discutere con tutti, anche con il mondo delle imprese, per trovare rimedi e soluzioni su interventi specifici». Dinanzi a moltissime autorità presenti, della provincia e della regione, tra cui il Prefetto di Cosenza Raffaele Cannizzaro ed il Questore Alfredo Anzalone, il Presidente Scopelliti ha chiesto «maggiore coraggio da parte di tutti. Il coraggio è la parola chiave di una nuova stagione dello sviluppo».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Rapporto Ispra sui rifiuti. La differenziata cresce a rallentatore, si ricorre sempre più all’inceneritore e allo stoccaggio. Italia a due velocità: al Sud gestione disastrosa</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jun 2012 10:14:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edicoladipinuccio redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>ROMA &#8211; “Rifiuti, una ecotassa sugli smaltimenti in discarica” La proposta degli ambientalisti per disincentivare il ricorso ai siti e finanziare la prevenzione In Calabria fallimento totale...</p><p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/rapporto-ispra-sui-rifiuti-la-differenziata-cresce-a-rallentatore-si-ricorre-sempre-piu-allinceneritore-e-allo-stoccaggio-italia-a-due-velocita-al-sud-gestione-disastrosa/">Rapporto Ispra sui rifiuti. La differenziata cresce a rallentatore, si ricorre sempre più all’inceneritore e allo stoccaggio. Italia a due velocità: al Sud gestione disastrosa</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>ROMA &#8211; “Rifiuti, una ecotassa sugli smaltimenti in discarica” La proposta degli ambientalisti per disincentivare il ricorso ai siti e finanziare la prevenzione In Calabria fallimento totale del sistema orientato ai soli impianti d’emergenza Il presidente di Legambiente Calabria, Francesco Falcone: inerzia delle istituzioni a tutti i livelli nonostante le tante denunce, ora bisogna uscire dall’emergenza con la raccolta porta a porta Italia a due velocità anche sul fronte dei rifiuti: sono il Centro e in particolare il Sud e la Calabria a frenare la locomotiva della raccolta differenziata e a mantenere viva nel Paese una questione spinosa, che provoca aspre contese politiche e alimenta forti tensioni sociali. È la fotografia che emerge dal Rapporto Rifiuti Urbani 2012, redatto dall’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) sui dati del quinquennio 2006-2010. Trentadue milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbani, una media di 536 kg per abitante da smaltire ogni anno a fronte di una raccolta differenziata pari a 11,5 milioni di tonnellate, circa il 35%, costantemente in ascesa in tutte le categorie merceologiche. Un trend positivo, dunque, ma si è ancora ben lontani dagli obiettivi minimi della differenziata. Mentre le discariche disponibili si vanno esaurendo e negli anni 2000 si è passati da 2,2 milioni a 5,2 milioni di tonnellate di rifiuti inceneriti. Un ritardo ormai ventennale che, dicono i dati, è frutto in particolare dell’inerzia del Mezzogiorno. A fronte di una produzione pro capite di rifiuti relativamente omogenea (si va dai quasi 700 kg dell’Emilia ai quasi 400 della Basilicata), la forbice si allarga notevolmente in relazione alla differenziata: le regioni del Nord superano o si avvicinano alla soglia fatidica del 50%, mentre il resto del Paese annaspa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>E la Calabria si ferma ad un fallimentare 12,4% .</strong> Una performance oltremodo negativa, quella calabrese, che rende ancora più scottante la questione discariche. Un risultato ancora più negativo se si tiene conto dell’arretramento percentuale nella gestione del compostaggio (-3,9% da raccolta differenziata, -9,7% totale), cioè della trasformazione dell’umido, la frazione più corposa dei rifiuti urbani. Nel trattamento meccanico biologico, che permette di separare i rifiuti indifferenziati, si registra un saldo negativo del -3,8%. Diretta conseguenza della gestione squilibrata dei rifiuti è l’ammasso in discarica: il 61% (574mila tonnellate) finisce nei siti autorizzati e in quelli avviati d’emergenza. “Una follia – dichiara Francesco Falcone, Presidente di Legambiente Calabria – un fallimento più volte denunciato a cui si associa l’inerzia delle istituzioni a tutti i livelli”. Un’analisi dei flussi di rifiuti smaltiti in discarica in Calabria nel quinquennio 2006-2010 evidenzia le potenti distorsioni provocate dal paradosso di una ultradecennale gestione orientata all’emergenza: il sovraccarico di rifiuti delle province di Reggio e Crotone (275mila e 230mila tonnellate stoccati nel 2006) è stato progressivamente assorbito dai 7 impianti del Cosentino e dai 3 del Catanzarese, in precedenza in relativo equilibrio e ormai prossimi alla saturazione. Nel 2010 il territorio di Cosenza ha ingoiato168mila tonnellate di rifiuti (contro le 366mila tonnellate del 2009), il territorio di Catanzaro 312mila tonnellate (contro le 213mila dell’anno precedente), Reggio 44mila tonnellate e Crotone 48mila (nel Vibonese non risultano discariche operative). In totale, la massa di rifiuti conferiti ai siti calabresi è solo leggermente diminuita, mentre s’è generalizzato il fallimento del sistema orientato alle discariche. “L’aumento della produzione di rifiuti e la discarica come principale opzione di gestione sono due emergenze che l’Italia deve affrontare subito. Per risolverle serve il coraggio della politica, sia a livello nazionale che a livello locale”. Così il vicepresidente di Legambiente Stefano Ciafani nel commentare i dati del rapporto Ispra, che evidenziano un aumento della produzione nazionale di rifiuti urbani e il corposo ricorso alla discarica come forma di smaltimento. Legambiente propone dunque un piano che incentivi la raccolta porta a porta in particolare dell’organico, rigore nel divieto di conferimento in discarica dei rifiuti non pretrattati, il passaggio fondamentale dalla tassa alla ecotariffa. In particolare, il Cigno Verde propone l’abolizione del tetto di 25 euro a tonnellata per la tassa sullo smaltimento in discarica, così da consentire alle Regioni più coraggiose di fissare delle sovrattasse e finanziare così politiche di riciclaggio e prevenzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>“Occorre valorizzare le esperienze positive</strong>, che pure vi sono in Calabria, come quelle di alcuni piccoli Comuni da Riace a Sellia, da San Basile a Saracena – conclude Falcone – cercheremo di dare il nostro contributo ambientalista puntando sulle esperienze positive della nostra terra, con l’ambizione di far scaturire effetti moltiplicatori di buone prassi attraverso la prima edizione regionale del rapporto storico di Legambiente “Comuni Ricicloni”. Lo vogliamo e lo dobbiamo fare per cercare di far scattare una molla, dare un impulso ai comuni virtuosi per generare una competitività positiva per eccellere, per far meglio e di più nella raccolta differenziata, per dire che anche in Calabria nel tema dei rifiuti un’altra gestione è possibile”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/rapporto-ispra-sui-rifiuti-la-differenziata-cresce-a-rallentatore-si-ricorre-sempre-piu-allinceneritore-e-allo-stoccaggio-italia-a-due-velocita-al-sud-gestione-disastrosa/">Rapporto Ispra sui rifiuti. La differenziata cresce a rallentatore, si ricorre sempre più all’inceneritore e allo stoccaggio. Italia a due velocità: al Sud gestione disastrosa</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>On line il rapporto Unioncamere sulla demografia delle imprese calabresi</title>
		<link>https://www.edicoladipinuccio.it/on-line-il-rapporto-unioncamere-sulla-demografia-delle-imprese-calabresi/</link>
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		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 13:13:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edicoladipinuccio redazione</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA -  “Non possiamo che accogliere con fiducia ed ottimismo i dati che emergono dalla rilevazione Movimprese riferiti al II trimestre 2011” così Giuseppe GAGLIOTI, Presidente di Unioncamere Calabria commenta i dati emersi dalla rilevazione curata dall&#8217;Ufficio Studi di Unioncamere Calabria relativi alle iscrizioni, cessazioni e variazioni di imprese intervenute nel corso del secondo trimestre del 2011. “Tali elaborazioni rientrano tra le diverse attività di analisi e studio messe in atto al fine di approfondire la conoscenza del sistema economico regionale sia in chiave strutturale che congiunturale – commenta Gaglioti &#8211; i dati sulla demografia delle imprese, unitamente agli altri dati forniti nel corso dell&#8217;anno, consentono alle istituzioni operanti sul territorio di tastare il polso dell&#8217;economia locale e programmare idonei interventi per lo sviluppo della regione”. “Una riflessione particolare – continua Gaglioti &#8211; la merita il dato positivo del comparto agricolo (+347 imprese) seguito dal commercio (+343), dalle costruzioni (+140), dall’attività dei servizi di alloggio e ristorazione (+94) e dalle attività professionali, scientifiche e tecniche (+54). Un live decremento è da ricondursi invece, ad esempio, al settore manifatturiero (-12 unità).” “Tuttavia il tasso di crescita registrato nella nostra regione, sebbene contenuto, dimostra una buona capacità di reazione alla crisi da parte del nostro tessuto imprenditoriale – conclude Gaglioti &#8211; la fiducia nel “fare impresa” è certamente una delle risposte più positive ad un contesto occupazionale che nel nostro territorio si sta dimostrando in tutta la sua drammaticità. Del resto, la vivacità del tessuto imprenditoriale che registra valori positivi per il saldo imprese (+1.195) e per il tasso di crescita (0,7%) può e deve essere la base per rimettere in moto quei meccanismi che potenzialmente possono condurre ad un rilancio dell’economia regionale.”</p>
<p>Cliccare qui per consultare il<strong><a href="http://www.uc-cal.camcom.gov.it" target="_blank"> “Rapporto integrale sulla demografia delle imprese calabresi nel II Trimestre 2011”</a></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/on-line-il-rapporto-unioncamere-sulla-demografia-delle-imprese-calabresi/">On line il rapporto Unioncamere sulla demografia delle imprese calabresi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></content:encoded>
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