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	<title>Edicola di Pinuccio&#187; Storia</title>
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	<description>rassegnastampa di Cinquefrondi e della Calabria</description>
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		<title>Kalavrìa, il cortometraggio allegorico che esprime tutto l&#8217;amore per la nostra terra e la voglia di riscatto dei giovani calabresi</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Oct 2020 19:33:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rgallo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>&#160; Il Cortometraggio KALAVRìA è un insieme di simboli, allegorie e metafore, che attraverso personaggi, azioni e oggetti sulla scena cercano di descrivere la storia passata e...</p><p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/kalavria-il-cortometraggio-allegorico-che-esprime-tutto-lamore-per-la-nostra-terra-e-la-voglia-di-riscatto-dei-giovani-calabresi/">Kalavrìa, il cortometraggio allegorico che esprime tutto l&#8217;amore per la nostra terra e la voglia di riscatto dei giovani calabresi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #030303;"><span style="font-family: Roboto, Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il Cortometraggio<strong> KALAVRìA</strong> è un insieme di simboli, allegorie e metafore, che attraverso personaggi, azioni e oggetti sulla scena cercano di descrivere la storia passata e attuale della <strong>CALABRIA</strong>, sottolineandone così le profonde radici greche. Il corto è<strong> MUTO</strong>, perché per molto tempo, alla nostra terra,è stata tolta la possibilità di poter parlare. Solo alla fine, un bambino declama dei versi, dove rivendica il suo<strong> orgoglio di essere nato in Calabria. </strong></span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #030303;"><span style="font-family: Roboto, Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il video non è stato realizzato da professionisti, ma da amatori che vogliono lanciare un messaggio di <strong>amore per la propria terra</strong>, ed è stato girato tra Oppido Mamertina e Palmi.<strong> </strong>La regia del video è stata curata da MARCO MORGANTI e le riprese da SAVERIO MAURO. A partecipare alle riprese video molti giovani, tra cui un gruppo di studenti dell&#8217;UNICAL. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #030303;"><span style="font-family: Roboto, Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il corto è ospitato e presentato in vari convegni, nei quali, l’<strong>autore Emmanuele Saccà</strong> ne illustra i punti fondamentali, snodandone i significati profondi ed intrinseci.<br />
</span></span></span></p>
<p><span style="color: #030303;"><span style="font-family: Roboto, Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">La protagonista della storia è <strong>Kalavrìa</strong>,<strong> una ragazza distesa su un letto</strong>, la cui espressione manifesta una tacita sofferenza: dalle origini sofisticate e nobiliari &#8211; i suoi antenati erano filosofi, matematici, artisti – adesso, la dolce fanciulla, indossa una semplice vestaglia bianca, mentre la sua camera è povera di oggetti poiché, nei suoi ultimi anni di vita, è stata più volte derubata. Nella cappella di casa, <strong>si prega per la salvezza della giovane vita</strong>, ma la fede vacilla, come si evince dalla debolezza delle mani della suora che lasciano cadere il rosario. Intorno al suo letto sono presenti alcuni dei suoi vicini e conoscenti: <strong>c’è chi è legato a lei, come il medico e l’infermiera</strong> che, pur avendo poche risorse, fanno di tutto per salvarla. Poi, invece, c’è un <strong>signore arrivato dal settentrione </strong>che, inizialmente, si presenta come una persona perbene e altruista, ma che poi <strong>la guarda con disprezzo e abbandona la stanza</strong> seguito dagli amici nobili della ragazza che la lasciano sola. A rimanere in quella stanza, colmi di ansie e preoccupazioni, è <strong>una famiglia di contadini</strong> che hanno sempre lavorato nelle terre possedute dalla famiglia di Kalavrìa. Questi ultimi, <strong>non vogliono che lei muoia</strong>, ma dallo sguardo del dottore, si capisce che per la ragazza non c’è più niente da fare,  essi dunque,abbandonando i pochi averi, vanno via con i loro piccoli. Ma non è tutto perduto! <strong></strong><strong></strong><strong>L’ancella</strong> di Kalavrìa, passando per una spiaggia piena di sassi e rocce, <strong>corre per portare ad Erodoto un messaggio scritto dalla sua signora.</strong> Erodoto seduto su uno scoglio, come un faro che si pone sulla roccia per dar salvezza alle navi in pericolo, medita su alcuni versi in greco della bibbia. Appena vede l’ancella, si alza e legge la richiesta d’aiuto. Egli non perde tempo e s’incammina; <strong>affida ad un bambino di origine contadine un’ampolla con dell’olio salvifico</strong>, il quale corre e, salendo dalla strada di un vecchio castello diroccato, incrocia la gente del posto accompagnata dalla marcia suonata dai musicisti di una piccola banda, diretta verso quelle macerie. Il bambino continua a correre ma non si dirige nella loro stessa direzione,ma va controcorrente facendo sì che tutti lo notino e si fermino dal loro andare verso il baratro.<strong> Il piccolo contadino entra nella casa della giovane morente</strong> e ne unge la fronte con l’olio che Erodoto gli aveva dato, <strong>salvando così la vita alla giovane KALAVRIA</strong>. </span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #030303;"><span style="font-family: Roboto, Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Spiegazione: Il titolo del cortometraggio è <strong>KALAVRìA</strong>, nome grecanico della nostra regione, ma nel video sono presenti anche<strong> MAGNA GRECIA</strong> e, alla fine, <strong>CALABRIA</strong>, poiché si è inteso sottolineare le antiche radici greche della nostra regione. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #030303;"><span style="font-family: Roboto, Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><strong>Il medico e l’infermiera</strong> rappresentano la <strong>politica e l’associazionismo locale</strong> che, con le loro poche risorse a disposizione, cercano di risollevare le sorti di questa terra. L’<strong>uomo</strong> che guarda la ragazza con disprezzo simboleggia quella parte di <strong>“politica del Nord</strong>” che, in tempi passati, ha guardato con disprezzo la nostra terra e la nostra gente ma che, allo stesso tempo, adesso è lì vicino al suo letto, ma solo perché ha bisogno di lei. <strong>La famiglia di contadini,</strong> simboleggia la parte del <strong>nostro popolo</strong> che è stata costretta ad <strong>emigrare</strong> per vari motivi tra cui la povertà. <strong>Erodoto</strong> è riconosciuto come il <strong>padre della storiografia</strong>, egli lasciò la Grecia e si trasferì a Thuri nell’odierna Sibari (CS), e nel nostro video questo personaggio raffigura la storia passata della nostra terra. </span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #030303;"><span style="font-family: Roboto, Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Kalavrìa ( o la Calabria) per potersi rialzare, per poter ritornare in vita, ha bisogno di <strong>riscoprire la propria storia e lo deve fare trasmettendo ciò ai bambini</strong>, istruendoli cioé su ciò che il nostro popolo è stato. Il piccolo contadino ha cosparso d&#8217;olio la fronte della giovane, non le mani che sono simbolo dell’opera, non i piedi che simboleggiano il percorso, ma la fronte, per poter guarire la nostra terra e noi, come lui per farlo dovremmo ripulire la nostra mente dalle etichette di “terroni”, “mafiosi”, “assistenzialisti” e altre ancora che, per anni, ci hanno marchiato.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #030303;"><span style="font-family: Roboto, Arial, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il video dura 7  minuti e 14 secondi. 7 è il numero della settimana, l’inizio e la fine di un tempo. Il 14 è il suo doppio.<strong> C’è stato un tempo per la Calabria pieno di splendore e questo tempo potrà ritornare (anche per il doppio del tempo) solo quando noi impareremo a riscoprire la nostra storia.</strong></span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Per vedere il video click <span style="font-size: small; color: #14b4c5;"><strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=3IxwHZ7upig&amp;ab_channel=OfficinaMultimediale"><span style="color: #14b4c5;">QUI</span></a></strong></span></em></p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/3IxwHZ7upig" height="720" width="1280" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></p>
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		<title>San Giorgio Morgeto. Ripristinato, riordinato, trasferito e riaperto al pubblico l&#8217;archivio storico. Un esempio da emulare</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Dec 2014 21:25:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>frabonini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>CINQUEFRONDI &#8211; La storia di una comunità, la sua identità, le trasformazioni subìte nel tempo, tutto passa attraverso i documenti via via scritti e lasciati da chi...</p><p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/san-giorgio-morgeto-ripristinato-riordinato-trasferito-e-riaperto-al-pubblico-larchivio-storico-un-esempio-da-emulare/">San Giorgio Morgeto. Ripristinato, riordinato, trasferito e riaperto al pubblico l&#8217;archivio storico. Un esempio da emulare</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2014/12/archivio-storico.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-83894" alt="archivio storico" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2014/12/archivio-storico-225x169.jpg" width="225" height="169" /></a>CINQUEFRONDI &#8211; La storia di una comunità, la sua identità, le trasformazioni subìte nel tempo, tutto passa attraverso i documenti via via scritti e lasciati da chi ci ha preceduto. Proprio il progressivo deterioramento dei documenti, se non ben conservati in adeguati locali, rischia di far sparire definitivamente la storia. Custodire e rendere fruibile un archivio storico all&#8217;interno del quale sono contenuti tutti i documenti emessi dalla pubblica amministrazione dalle origini fino agli ultimi trent&#8217;anni è imperativo categorico per  chi, nel tempo, ha il provvisorio compito di amministrare. Lasciare morire i documenti storici equivale a far morire per la seconda volta tutti i soggetti che la storia stessa hanno scritto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oggigiorno l&#8217;obbligo di custodire e tramandare ai posteri per un&#8217;amministrazione comunale risulta impresa ardua a causa delle sempre più stringenti difficoltà di bilancio. Ma la storia non può essere sacrificata neppure difronte alle peggiori congiunture negative economiche. Ed allora, a fronte del rischio di perdere la storia documentale di Cinquefrondi, proprio l&#8217;Edicola di Pinuccio, che ha tra i fini associativi il recupero e la conservazione della storia locale,  ha lanciato in tempi non sospetti e certamente prima dell&#8217;odierna encomiabile iniziativa del comune di San Giorgio Morgeto (oggi sui giornali locali) , una proposta in tal senso attraverso il riordino, catalogazione e digitalizzazione di tutto il materiale cartaceo esistente nell&#8217;archivio storico comunale attualmente relegato in un angusto locale dell&#8217;ex municipio. L&#8217;operazione nel rispetto della normativa vigente e di concerto con tutti gli organi di controllo a ciò deputati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La proposta, a costo zero per l&#8217;amministrazione (a carico della collettività solo l&#8217;acquisto delle macchine per la digitalizzazione ed il materiale di consumo &#8211; nessun costo per il lavoro volontario dell&#8217;associazione) giace purtroppo da tempo nei cassetti. Vista l&#8217;attualità del tema ed in considerazione di quanto fatto dal vicino comune pianigiano di San Giorgio Morgeto, ne riparliamo nella speranza che la proposta progettuale possa essere recuperata. Poco importa se e chi sarà il partner istituzionale, poco importa se non sarà l&#8217;Edp ad essere interessata al recupero, l&#8217;importante è che si prenda coscienza dell&#8217;urgenza di intervenire prima che tutti si possa solo dire  &#8221;piangere il morto son lacrime perse&#8221; . Il recupero dell&#8217;archivio storico potrebbe costituire un primo tassello di un percorso che potrebbe portare al coinvolgimento delle locali scuole ed alla costituzione di un vero e proprio museo civico (altra proposta edp ferma al palo).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A San Giorgio Morgeto, come si legge nelle pagine del Quotidiano del Sud di oggi a firma di Simona Gerace (l&#8217;articolo integrale ve lo riproponiamo in calce), si è concretizzato un progetto a conclusione di un  lungo  percorso che ha portato alla fruibilità del del vecchio archivio storico comunale. L&#8217;amministrazione comunale guidata da Carlo Cleri ha acceso i riflettori sul &#8220;pozzo&#8221; di informazioni relative alla comunità sovrastata dal castello saraceno ed ha reso possibile, dopo un certosino lavoro di recupero e classificazione, la consultazione del prezioso materiale da parte di chi ne avesse interesse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dal Quotidiano del Sud del 30/12/2014 &#8211; di Simona Gerace</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>SAN GIORGIO MORGETO  – Ripristinato l’archivio storico comunale a San Giorgio Morgeto. L’iniziativa è stata avviata dall’amministrazione comunale guidata dal primo cittadino, Carlo Cleri, con l’intenzione di non vedere disperso il patrimonio culturale e documentaristico accumulato, nel corso degli anni, dalla comunità sangiorgese e di garantirne una veloce fruibilità tra i cittadini. Con questo obiettivo libri, opuscoli, giornali, e materiali di diversa natura, sono stati trasferiti dal vecchio edificio di contrada “Maina” in cui erano ubicati, al Salone delle Feste dell’ex convento domenicano. A dare notizia è stato il primo cittadino di San Giorgio Morgeto, Cleri, il quale ha denominato l’intervento, che ha dato i suoi frutti nel periodo delle feste natalizie, con la dicitura “Natale… in archivio”. E in effetti per portare a termine l’impresa di costituire un nuovo archivio nei locali dell’ex convento di San Domenico, c’è voluto un vero e proprio “miracolo”, dal momento che è stato necessario un lungo e meticoloso lavoro di reperimento, riordino, inventariazione, trasferimento e sistemazione del materiale presente. Il nuovo archivio è infatti stato organizzato tramite un paziente lavoro di sistemazione dei beni, in modo da garantirne su richiesta dei cittadini, un immediato reperimento e una veloce consultazione. A lavoro ultimato è stato organizzato dalla coalizione di “Insieme per San Giorgio” un evento di presentazione della nuova sala ai cittadini sangiorgesi. Il periodo natalizio è stato occasione propizia per ribadire che non bisogna perdere di vista la cultura, le radici, patrimonio in possesso di un’intera comunità. Particolare importanza nel corso dell’iniziativa ha avuto la presentazione della tesi di laurea intitolata: &#8220;Il fenomeno dell&#8217;incastellamento nel giustizierato di Calabria. Castelli, feudi signorie territoriali&#8221;, della giovane sangiorgese, Maria Stella Giovinazzo. Un’occasione, questa, per valorizzare una giovane laureata di San Giorgio e per condividere, insieme ai cittadini, un momento di dibattito e approfondimento culturale, anche in un periodo solitamente dedicato alle feste in famiglia e ad altre attività ludico-ricreative.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/san-giorgio-morgeto-ripristinato-riordinato-trasferito-e-riaperto-al-pubblico-larchivio-storico-un-esempio-da-emulare/">San Giorgio Morgeto. Ripristinato, riordinato, trasferito e riaperto al pubblico l&#8217;archivio storico. Un esempio da emulare</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>Storia e significato del 25 Aprile. Il Pd di Cinquefrondi allestisce un gazebo informativo</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Apr 2014 10:59:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>frabonini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>CINQUEFRONDI &#8211;  Il Circolo del Partito Democratico di Cinquefrondi ha allestito da questa mattina in Piazza della Repubblica un gazebo informativo all&#8217;interno del quale viene distribuito materiale...</p><p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/storia-e-significato-del-25-aprile-il-pd-di-cinquefrondi-allestisce-un-gazebo-informativo/">Storia e significato del 25 Aprile. Il Pd di Cinquefrondi allestisce un gazebo informativo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2014/04/gazebo-pd-25-aprile.jpg"><img class="alignleft size-large wp-image-80653" alt="gazebo pd 25 aprile" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2014/04/gazebo-pd-25-aprile-405x304.jpg" width="405" height="304" /></a>CINQUEFRONDI &#8211;  Il Circolo del Partito Democratico di Cinquefrondi ha allestito da questa mattina in Piazza della Repubblica un gazebo informativo all&#8217;interno del quale viene distribuito materiale informativo sulla storia e sul significato della giornata festiva del 25 Aprile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per Galimi, coordinatore del locale circolo Pd, il 25 aprile, la Festa della Liberazione rappresenta anche il passaggio che il nostro paese ha fatto dalla dittatura alla democrazia, e fu il primo passo verso la Repubblica costituzionale che oggi conosciamo. La resistenza Italiana (iniziata per convenzione storica l&#8217;8 settembre 1943) con l&#8217;aiuto degli alleati riuscì a porre fine alla dittatura nel nostro paese e molti uomini e donne persero la vita proprio per regalarci la democrazia. Ecco perchè è importante festeggiare il 25 aprile ricordarlo e spiegarlo ai giovani anche attraverso manifestazioni come quella di oggi</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/storia-e-significato-del-25-aprile-il-pd-di-cinquefrondi-allestisce-un-gazebo-informativo/">Storia e significato del 25 Aprile. Il Pd di Cinquefrondi allestisce un gazebo informativo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>Cittanova. Il sindaco Cannatà al Quirinale per la ricorrenza del 25 aprile</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Apr 2014 12:50:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>frabonini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>CITTANOVA – Il Comune di Cittanova sarà ospite del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione delle celebrazioni del 25 aprile. Domani mattina, al Quirinale, il sindaco...</p><p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/cittanova-il-sindaco-cannata-al-quirinale-per-la-ricorrenza-del-25-aprile/">Cittanova. Il sindaco Cannatà al Quirinale per la ricorrenza del 25 aprile</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/08/QUIRINALE.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-44888" alt="QUIRINALE" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/08/QUIRINALE.jpg" width="224" height="168" /></a>CITTANOVA – Il Comune di Cittanova sarà ospite del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione delle celebrazioni del 25 aprile. Domani mattina, al Quirinale, il sindaco Alessandro Cannatà entrerà nel palazzo presidenziale per partecipare alla tradizionale Festa della Liberazione. Dalle ore 11 Cittanova sarà rappresentata a Roma nel 69º anniversario dell’Italia libera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Orgoglio e consapevolezza &#8211; «Siamo orgogliosi e consapevoli di questo nuovo passo che il nostro paese fa nella direzione della sua grande storia e dei suoi valori immensi» ha commentato il primo cittadino di Cittanova. «Al Quirinale – ha aggiunto – non sfuggono le pagine di sofferenza e dolore che la nostra comunità ha scritto per conquistare una nuova Italia finalmente libera e democratica. Penso al bombardamento del 20 febbraio 1943, per cui siamo stati medagliati proprio dal Presidente della Repubblica Napolitano, penso a Teresa Gullace, altra medaglia al valore, penso ancora a Girolamo Galluccio, medaglia d’oro, e partigiano cittanovese diventato simbolo della Resistenza a Genova. Domani – ha concluso – avrò l’onore di rappresentare Cittanova al Quirinale. Sarà un abbraccio importante che la Repubblica e la democrazia doneranno alla nostra comunità».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/cittanova-il-sindaco-cannata-al-quirinale-per-la-ricorrenza-del-25-aprile/">Cittanova. Il sindaco Cannatà al Quirinale per la ricorrenza del 25 aprile</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>Cittanova. Festa della Liberazione tra gli studenti delle medie nel ricordo di Girolamo Galluccio</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Apr 2014 18:56:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>CITTANOVA – Una Festa della Liberazione tra i giovani, ricordando la figura di Girolamo Galluccio, partigiano cittanovese, eroe della Resistenza italiana, insignito della medaglia d’oro al valore....</p><p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/cittanova-festa-della-liberazione-tra-gli-studenti-delle-medie-nel-ricordo-di-girolamo-galluccio/">Cittanova. Festa della Liberazione tra gli studenti delle medie nel ricordo di Girolamo Galluccio</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/04/25-APRILE-1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-37866" alt="25 APRILE 1" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/04/25-APRILE-1.jpg" width="226" height="223" /></a>CITTANOVA – Una Festa della Liberazione tra i giovani, ricordando la figura di Girolamo Galluccio, partigiano cittanovese, eroe della Resistenza italiana, insignito della medaglia d’oro al valore. Domani mattina, alle ore 10,30, l’Amministrazione comunale di Cittanova incontrerà gli alunni dell’istituto comprensivo “L. Chitti” per celebrare l’importante ricorrenza. All’evento, che si svolgerà il 24 aprile per dare modo ai ragazzi di essere parte integrante del percorso concettuale, prenderanno parte il sindaco di Cittanova, Alessandro Cannatà, l’assessore alla Cultura, Mariagrazia Sergi, lo storico, Giorgio Castella, il presidente dell’Anpi di Reggio Calabria, Sandro Vitale e il dirigente dell’istituto “Luigi Chitti”, Antonio Sorace. Ricordo e valori &#8211; «Quest’anno &#8211; ha affermato il sindaco &#8211; in occasione del 25 aprile incontreremo gli studenti delle scuole medie. Un appuntamento fortemente voluto, per sensibilizzare i più giovani ai valori che resero straordinaria la Resistenza italiana. Con l’aiuto di ospiti qualificati ricorderemo, inoltre, una delle figure più alte della nostra storia, il partigiano medaglia d’oro Girolamo Galluccio».</p>
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		<title>&#8220;Storia nuova di una terra antica. La Calabria&#8221;. Dall&#8217;Archivio Luce un raro documentario del 1951 Video</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Oct 2013 09:47:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edicoladipinuccio redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>GRAZIE A YOUTUBE vengono alla luce documenti di raro interesse per una Storia della Calabria per immagini. E&#8217; il caso del documentario che pubblichiamo, realizzato nel 1951...</p><p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/storia-nuova-di-una-terra-antica-la-calabria-dallarchivio-luce-un-raro-documentario-del-1951-video/">&#8220;Storia nuova di una terra antica. La Calabria&#8221;. Dall&#8217;Archivio Luce un raro documentario del 1951 <font color=f00000>Video</font></a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>GRAZIE A YOUTUBE vengono alla luce documenti di raro interesse per una Storia della Calabria per immagini. E&#8217; il caso del documentario che pubblichiamo, realizzato nel 1951 da Aurelia Attili, per raccontare le speranze di riscatto della regione dalla povertà inscritte nella appena varata Riforma agraria. Il documentario disponibile on line deriva purtroppo da una copia di bassa qualità, ma ugualmente costituisce un documento interessante. La struttura del film si apre con un richiamo delle nobili origini magnogreche della Calabria, descrive le numerose catastrofi naturali che hanno isolato e impoverito i calabresi e indica nell&#8217;accesso alla terra per i contadini la chiave di volta di una rinascita economica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Storia nuova di una terra antica. La Calabria.</strong> Luce Archivio cinematografico. 1951 Durata 13&#8242; Fotografia A. Busi, G. Attili, Aiuto operatore E. Nicotera, Montaggio S.M. Rap, Adattamento musicale M. Tamanini (Edizioni Marletta),  Realizzato da Aurelia Attili. &#8220;Con un grazie ai tecnici dell&#8217;Opera Sila che si sono gentilmente prestati a collaborare a questa storia di una terra forte e generosa che la giustizia aveva dimenticato da secoli&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><center><iframe src="//www.youtube.com/embed/WblbDzShtg0" height="315" width="420" allowfullscreen="" frameborder="0"></iframe></center>&nbsp;</p>
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		<title>Gioia Tauro, 1975. Quando Andreotti pose la prima pietra del Porto. Le cronache dell&#8217;epoca su una giornata non senza misteri</title>
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		<pubDate>Tue, 07 May 2013 07:27:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edicoladipinuccio redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[andreotti]]></category>
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		<category><![CDATA[ndrangheta e politica]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>GIOIA TAURO &#8211; Il 25 aprile 1975 Giulio Andreotti, all&#8217;epoca ministro alla Cassa per il Mezzogiorno, è a Gioia Tauro per l&#8217;inaugurazione del cantiere che costruirà il...</p><p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/gioia-tauro-1975-quando-andreotti-pose-la-prima-pietra-del-porto-le-cronache-dellepoca-su-una-giornata-non-senza-misteri/">Gioia Tauro, 1975. Quando Andreotti pose la prima pietra del Porto. Le cronache dell&#8217;epoca su una giornata non senza misteri</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>GIOIA TAURO &#8211; Il 25 aprile 1975 Giulio Andreotti, all&#8217;epoca ministro alla Cassa per il Mezzogiorno, è a Gioia Tauro per l&#8217;inaugurazione del cantiere che costruirà il porto. In occasione della visita (che farà parlare di se anche per l&#8217;imbarazzante presenza, al rinfresco, di esponenti del clan mafioso dei Piromalli), Andreotti diede prova del suo proverbiale senso dell&#8217;ironia commentando la sfiducia delle popolazioni locali nei confronti delle promesse del governo. &#8220;I calabresi hanno ragione di diffidare&#8221;, disse, &#8220;perché spesso alla prima pietra non segue la seconda&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Oltre che per ricordare la scomparsa</strong> del senatore a vita Andreotti, anche per riannodare i fili della storia politica e sociale che ha portato la Calabria allo stato attuale, pubblichiamo alcune cronache del tempo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><strong>Nel mare la prima pietra. La cerimonia alla presenza dell&#8217;on. Giulio Andreotti, ministro alla Cassa per il Mezzogiorno, è prevista per le ore 9,30 in contrada &#8220;Vota&#8221;. L&#8217;esecuzione dell&#8217;opera (base d&#8217;asta cento miliardi, cioé il più importante appalto indetto in ogni tempo nel nostro Paese) è stata affidata a un consorzio di imprese</strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_62272" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/storia-2/gioia-tauro-1975-quando-andreotti-pose-la-prima-pietra-del-porto-le-cronache-dellepoca-su-una-giornata-non-senza-misteri/attachment/foto-andreotti-gioia-tauro-1975/" rel="attachment wp-att-62272"><img class="size-large wp-image-62272" title="foto andreotti gioia tauro 1975" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2013/05/foto-andreotti-gioia-tauro-1975-200x304.jpg" alt="" width="200" height="304" /></a><p class="wp-caption-text">foto: gazzetta del sud</p></div>
<p>GIOIA TAURO &#8211; Domani mattina, alle ore 8.30, alla presenza dell&#8217;onorevole Giulio Andreotti, ministro alla Cassa per il Mezzogiorno, avranno inizio i lavori per la realizzazione del porto di Gioia Tauro, prima importante infrastruttura del costruendo quinto centro siderurgico. Andreotti arriverà da Roma nelle prime ore del mattino e dopo una rapida visita nella &#8220;Piana&#8221; si porterà in contrada &#8220;Vota&#8221; &#8211; a circa quattro chilometri dal centro abitato &#8211; dove da qualche gorno le ruspe hanno abbattuto alberi e case coloniche per creare le premesse della cerimonia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Una cerimonia peraltro che stranamente</strong> ha &#8220;saltato&#8221; i naturali canali politici della provincia di Reggio Calabria (basti dire che sino a questo momento la segreteria provinciale della Dc reggina non è stata avvertita nè della manifestaziuone, nè dell&#8217;arrivo di un ministro democristiano). Una strana cerimonia &#8211; dal punto di vista formale, si intende &#8211; se è vero come è vero che fino a qualche giorno fa non era dato sapere chi la organizzasse e chi avrebbe dovuto diramare gli inviti. Quel che si è saputo è filtrato attraverso altri canali politici &#8211; saranno vicini ad Andreotti, ma certamente non sono i suoi &#8211; canali che si sono solo preoccupati di creare l&#8217;ambiente adatto per certi ritorni. Aldilà comunque delle inevitabili strumentalizzazioni che di solito accompagnano le realizzazioni di un certo rilievo, resta il fatto che domani, con la cerimonia ufficiale alla quale il governo centrale sarà presente con uno dei suoi più qualificati ministri, si darà inizio ai lavori per la costruzione del porto di Gioia Tauro, passando così dalla lunga estenuante fase delle progettazioni a quella certamente più significativa delle cose concrete.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Una cerimonia che, da parte nostra,</strong> salutiamo con responsabile ottimismo, anche se siamo ben lontani da certi trionfalismi di vecchia maniera che, in un&#8217;Italia così progredita all&#8217;insegna della moderna industrializzazione avrebbero dovuto ormai essere, e non da ora, relegati in soffitta. E questo perchè siamo dell&#8217;avviso che auella del quinto centro siderurgico &#8211; malgrado la manifestazione di domani &#8211; è una battaglia che in buona parte è ancora tutta da combattere, per avere ragione delle ultimeresistenze sulla strada della realizzazione dell&#8217;impianto siderurgico, resistenza che &#8211; non è un mistero &#8211; provendono dall&#8217;Iri, dalla Confindustria e da alcuni settori delle forze politiche di governo e di opposizione. Resistenze che &#8211; è stato scritto &#8211; hanno ritardato sino ad oggi lo stanziamento dei fondi necessari per la costruzione dell&#8217;impianto e che certamente, se non si dovesse decidere un deciso intervento ad alto livello, rischiano di bruciare altro tempo prezioso sulla strada dell&#8217;industrializzazione della Calabria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il fatto è che ancora vi è</strong> chi con fin troppa scoperta allusione, parli del quinto centro siderurgico come di una &#8220;cattedrale nel deserto&#8221; &#8211; ultimo in ordine di tempo il sottosegretario all&#8217;Agricoltura, Carenini, nel suo discorso ufficiale alla inaugurazione della XXIV Fiera internazionale di Reggio Calabria &#8211; non ci lascia tranquilli, qnche perché siamo dell&#8217;avviso che il governo italiano ha il dovere di rispettare gli impegni a suo tempo assunti, impegni che parlavano (e parlano) di settimilacinquecento posti di lavoro e di un impianto siderurgico a ciclo completo. Su questo punto ci pare parola rassicurante, convinti sindacati e forze politiche non possono avere dubbi ed hanno confermato una loro battaglia che va continuata per evitare &#8211; e purtroppo gli amari precedenti non mancano nella nostra provincia &#8211; che ci si ritrovi dinanzi ad una nuova &#8220;incompiuta&#8221; (incompiuta ovviamente sul piano occupazionale e quindi della produzione). Ma se tocca i politici risolvere queste difficoltà e ridare piena credibilità agli organi del governo, spetta ancora ai tecnici &#8211; e riteniamo opportuno parlarne oggi &#8211; risolvere alcuni problemi di propria competenza, per evitare pericolose battute di arresto una volta che si è dato il viaall&#8217;inizio dei lavori per la costruzione dell&#8217;impiato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Diga a Galatro?</strong> Come è noto il centro siderurgico ha bisogno di enormi quantità di acqua. I tecnici &#8211; ci risulta &#8211; hanno giustamente progettato la costruzione della diga sul Metramo a ridosso dell&#8217;abitato di Galatro ed hanno previsto altre forme di conservazione utilizzo delle acque certamente interessanti. Si è anche giustamente considerata l&#8217;opportunità di canalizzare a scopi plurimi le acque stesse che, oltre al centro siderurgico, servirebbero per la irrigazione e per altri usi industriali e civili determinando cosiun diverso assetto del territorio e riducendo enormemente i pericoli delle alluvioni, degli smottamenti di terreno, delle frane, sempre presenti, anche se meno pericolose rispetto a quellericorrenti nella fascia jonica della provincia reggina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Galatro è così diventata</strong> il centro pilota delle iniziative sindacai con grandi manifestazioni, comizi e bandiere rosse, impegni solenni e convenevoli abbracci. Gli avvenimenti favoriranno la riconsiderazione del probelma legato al turismo termale. Galatro infatti gode di una magnifica posizione nell&#8217;alta &#8220;Piana&#8221; ed ha il privilegio di offrire al forestiero acque fresche e salutari, ricche di sali minerali, che favoriscono la cura delle malattie epatiche e renali. L&#8217;amministrazione comunale lanciò l&#8217;idea, i sindacati l&#8217;assunsero con estremo interesse e qualcuno addirittura suggerì di costruire a Galatro il centro di medicina preventiva finanziato con i miliardi che i sindacati bancari avevano ottenuto dal cartello degli istituti di credito con le trattative sui programmi extracontrattuali. Sia la costruzione delle Terme di Galatro che il Centro di medicina preventiva passerebbe però per le dirette assunzioni di responsabilità della giunta regionale, la quale non si occupò del caso dando la possibilita ai &#8220;bancari&#8221; &#8211; in considerazione che anche il comune socialista di Maropati rivendicava il Centro di medicina preventiva, contro il comune democristiano di Galatro &#8211; di proporre alla Regione che ovviemente si è riservata di decidere, la costruzione del Centro nella &#8220;Piana&#8221; bassa, tra Gioia Tauro e Rosarno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La parola ai tecnici.</strong> Ma tornando alla diga dul Metramo, doga che ciome abbiamo detto dovrà sorgere in terrirorio di Galatro, non si sa bene perché e come mai, dopo le vicende sindacali, si cominciò a dire che non era facile garantirne la costruzione a causa della natura dei terreni. Sarà ritorsione dei cittadini di Galatro &#8211; come qualcuno va dicendo &#8211; perché si sono accorti che sfumava il progetto medico-termale saranno notizie vere, il fatto è che la diga sul Metramo (o una soluzione di pari entità) costituisce la condizione necessaria per la vita stessa del quinto centro siderurgico. E&#8217; su questo punto che i tecnici dovranno dire una parola rassicurante, convinti come siamo che nessuno avrebbe interesse a creare le premesse perché il Metramo non diventi un nuovo Vajont. Un giudizio, quello dei tecnici, che deve tranquillizzare le popolazioni dei comuni a valle della costruendea diga e l&#8217;impegno, sempre da parte dei tecnici, che si porti avanti cons erietà il piano generale di assetto del territorio per favorire l&#8217;insediamento del complesso siderurgico. E la manifestazione di domani ci pare un&#8217;occasione da non perdere per chiarire le ultimeperplessità nell&#8217;interesse delle popolazioni calabresi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sulla presenza dell&#8217;onorevole</strong> Andreotti il sindaco di Gioia Tauro, dottor Vincenzo Gentile, ci ha dichiarato: &#8220;Come sindaco di Gioia Tauro e presidente dei sindaci della Piana non posso che prendere atto con grande soddisgfazione della presenza del ministro della Cassa per il Mezzogiorno Giulio Andreotti, nella nostra città. La sua presenza rappresenta infatti l&#8217;avvio in forma concreta della soluzione del problema del quinto centro siderurgico, problema che ci ha visti impegnati in prima linea quali rappresentanti degli enti locali, assieme alle organizzazioni dei lavoratori ed ai partiti politici dell&#8217;arco costituzionale, per quasi cinque anni tra diffidenze, ostacoli e resistenze di ogni genere che, al di là delle polemiche strumentali, sono miseramente falliti perché il quinto centro siderurgico non è e non vuole rappresentare un pennacchio, ma esprime l&#8217;esigenza profonda, viva, sentita dalle nostre genti di vedere finalmente posta la parola fine al malanno di cui è colpita endemicamente la nostra Calabria, malanno che porta i nomi di miseria, emigrazione, disoccupazione, sottoccupazione. &#8221;Ecco perché &#8211; ha concluso il sindaco Gentile &#8211; la presenza tra noi dell&#8217;onorevole Andreotti, proprio domani 25 aprile, giornata che celebra la vittoria della Resistenza, oggi come ieri, costituisce la vittoria delle forze democratiche della Calabria e la risposta delle forze democratiche di riscatto ecomico e sociale, a cinque anni di distanza dallo storico annuncio da parte dell&#8217;allora presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Colombo&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Impegno concreto.</strong> Gentile parla di vittoria acquisita. Noi &#8211; e lo abbiamo detto &#8211; ci auguriamo solo che alla manifestazione segua l&#8217;impegno concreto di tutte le forze politiche che concretamente credono nella industrializzazione della Calabria per avere ragione delle ultime resistenze. La combinata Andreotti-Mancini (quest&#8217;ultimo sarà domani a Gioia Tauro) porta avanti &#8211; non abbiamo difficoltà a riconoscerlo &#8211; un disegno politico di ampio respiro. Ma solo nella misura in cui ci si dà la certezza che il quinto centro non è solo un momento utile di strategia generale e che alla distanza andrà a coincidere con gli interessi dei comuni della Piana e soprattutto di Gioia Tauro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ecco il perché del nostro invito</strong> ai politici ed ai tecnici in primo luogo ad aprire gli occhi e a guardare ai problemi in termini di globalità: i lavori del porto che Andreotti a nome del governo inaugurerà domani, vanno bene e con essi dovranno andar bene la diga sul Metramo, la superstrada Gioia Tauro-Locri, l&#8217;assetto del territorio, un piano comprensoriale fatto a misira dell&#8217;uomo, con i servizi civili e sociali necessari, un nuovo programma agricolo e zootecnico con la creazione di industrie per la trasformazione dei prodotti agricoli, il turismo termale e la medicina preventiva da programmare nella loro sede naturale. Così soltanto si può capire &#8211; e le popolazioni con noi &#8211; che non esistono manovre elettoralistiche &#8211; anche se i lavori cominciano in contrda &#8220;Vota&#8221; &#8211; e che invece è un serio impegno politico. <em>(Aldo Sgroj, Gazzetta del Sud, 25/04/1975)</em></p>
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<p><span style="font-size: medium;"><strong>Con il porto di Gioia Tauro il via al Centro siderurgico. E&#8217; la più importante opera di infrastruttura per la realizzazione del grande impianto. Stanziati 126 miliardi. Sarà pronto entro il 1978</strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/storia-2/gioia-tauro-1975-quando-andreotti-pose-la-prima-pietra-del-porto-le-cronache-dellepoca-su-una-giornata-non-senza-misteri/attachment/image-1-26/" rel="attachment wp-att-62277"><img class="alignright size-medium wp-image-62277" title="mappa centro siderurgico gioia tauro" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2013/05/Image-11-300x157.jpg" alt="" width="300" height="157" /></a>GIOIA TAURO &#8211;  Il ministro per gli Interventi nel Mezzogiorno, Giulio Andreotti, è intervenuto stamane all&#8217;inizio ufficiale dei lavori per il porto di Gioia Tauro, opera compresa nell&#8217;ambito delle infrastrutture del quinto centro siderurgico della stessa città. Com&#8217;è noto, il Cipe deliberò la costruzione del quinto centro siderurgico e affidò alla Cassa per il Mezzogiorno l&#8217;esecuzione delle infrastrutture dell&#8217;agglomerato industriale di Gioia Tauro-Rosarno. Nell&#8217;ambito dell&#8217;assetto del territorio la Cassa ha già finanziato la realizzazione del porto il cui Inizio dei lavori è stato inaugurato. L&#8217;opera, per la quale sono stati stanziati 126 miliardi di lire, costituisce l&#8217;infrastruttura essenziale e la più impegnativa al servizio del quinto centro siderurgico. Il progetto esecutivo del porto è frutto di lunghe indagini e studi prelimi¬ nari. Esso sarà ubicato in prossimità dell&#8217;abitato di Gioia Tauro e si estenderà su una superficie di circa 250 ettari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L&#8217;opera, secondo le previsioni del progetto</strong>, comprende un canale della larghezza di galleggiamento variabile da 250 a 350 metri e della lunghezza di 3200 metri, che avrà origine dal bacino d&#8217;ingresso proteso a mare e protetto da due moli foranei convergenti. I quali formeranno un&#8217;imboccatura della larghezza di 300 metri al galleggiamento e di 220 metri a quota meno quindici metri. Il molo Nord, lungo 950 metri, raggiungerà con l&#8217;unghia della scarpata esterna il fondale di meno 50 metri, mentre quello Sud si spingerà fino a 440 metri dalla battigia raggiungendo un fondale di 35 metri. L&#8217;avamporto avrà un cerchio del diametro di 800 metri per l&#8217;evoluzione del naviglio all&#8217;attracco, mentre il banchinamento è previsto per oltre cinque chilometri di cui tre saranno adibiti alle necessità del centro siderùrgico. Per le sue caratteristiche, il costruendo porto consentirà l&#8217;attracco di navi fino a 80 mila tonnellate. Tutte le infrastrutture al servizio dell&#8217;agglomerato dì Gioia Tauro interessano una superficie di oltre 500 ettari; il consorzio ha fino a oggi acquistato la disponibilità dell&#8217;area interessata alla realizzazione della prima fase dei lavori del porto la cui ultimazione è prevista entro 40 mesi. Per l&#8217;esecuzione dell&#8217;opera si calcola che saranno impegnate oltre duecentomila giornate lavorative. Si prevede che entro il 1978 il complesso delle opere portuali e delle altre infrastrutture generali (con un ulteriore investimento globale di oltre 200 miliardi di lire) sarà completamente ultimato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il ministro Andreotti ha parlato</strong> al termine della manifestazione. «Com&#8217;era giunto — ha detto —le clil/icoltà di bilancio dell&#8217;ultimo anno non hanno latto ritardare i programmi di valorizzazione globale di questo versante della Calabria. I lavori per il porto industriale di Gioia Tauro — ha proseguito —, die oggi e/lettivamente s&#8217;iniziano, sono interamente /inanzìati e appallati per unr spesa di 75 miliardi di lire. Nello stesso tempo si sono portati avanti gli studi esecutivi per il progetto speciale della zona riguardanti non soltanto le infrastrutture necessarie al centro siderurgico e alle altre industrie, ma un piano modernissimo di valorizzazione agricola e turistica e di sistemazione degli abitati e delle acque. Si risponde così — ha aggiunto il ministro — intelligentemente alla vocazione dell&#8217;ambiente nel rispetto articolato di tutte le possibilità dì sviluppo». Per l&#8217;ingegnere Cali, presidente dell&#8217;area di sviluppo industriale di Reggio Calabria, i lavori del quinto centro siderurgico vero e proprio dovrebbero iniziare fra alcuni mesi. <em>(La Stampa, 26/04/1975)</em></p>
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<p><span style="font-size: medium;"><strong>Protesta popolare a Gioia Tauro alla «prima pietra» per il porto. II ministro Andreotti ha evitato qualsiasi accenno ai tempi di attuazione dell&#8217;impianto industriale. Anche gli altri impegni del governo verso la regione restano inattuati</strong></span></p>
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<p>GIOIA TAURO &#8211; I dubbi e le perplessità sull&#8217;effettiva volontà di realizzare il quinto centro siderurgico a Gioia Tauro permangono. Una conferma sia pure indiretta è venuta stamani dal discorso pronunciato dal ministro per la Cassa del Mezzogiorno Andreotti, intervenuto per la posa della prima pietra nella costruzione del porto industriale di Gioia Tauro, una importante infrastruttura che dovrebbe servire prevalentemente all&#8217;impianto siderurgico e che è già stata finanziata dalla Casmez. Tuttavia sui tempi di realizzazione dell&#8217;impianto XXX sono trascorsi ormai otto anni da quando la sua costruzione è stata programmata, quasi cinque dq quando è stata decisa la sua ubicazione in Calabria e neanche una parola è venuta da parte del rappresentante governativo, segno che le resistenze per l&#8217;effettiva realizzazione dell&#8217;impianto permangono e che il governo non agisce concretamente per far mantenere all&#8217;Iri l&#8217;impegno assunto, neppure adesso che i programmi ipotizzati per Gioia Tauro sono stati ampiamente ridimensionati e malgrado il quinto centro siderurgico sia sempre più una necessità dell&#8217;economia nazionale, come è stato costretto a riconsocere stamane lo stesso Andreotti. Per cui la manifestazione di stamani che si è teso a presentare propagandisticamente come avvio dei lavori per la costruzione del quinto centro siderurgico, pur importante, poiché dà il via alla costruzione di una infrastruttura utile allo sviluppo della regione e capace di per sé, di dare già nell&#8217;immediato una certa occupazione, ha finito con l&#8217;assumere il carattere di una forzatura elettoralistica.</p>
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<p><strong>Se ne è reso conto</strong> &#8211; e non poteva farne a meno &#8211; lo stesso ministro Andreotti, trovandosi di fronte ad una grande folla di lavoratori, di giovani, per nulla disposti a cadere nella trappola propagandistica e che chiedevano a gran voce il rispetto degli impegni, chiarezza nei discorsi, fine della politica di abbandono e dello spreco delle risorse per la Calabria e il Mezzogiorno. L&#8217;uomo di governo ha dovuto evitare il tono trionfalistico e ha detto che &#8220;comprendeva la sfiducia dei calabresi poiché molto spesso qlle prime pietre non hqnno fqtto seguito le seconde&#8221;. L&#8217;occqsione dellq &#8220;prima pietra&#8221; è uscitq fuori dqi canali della normalità e dell&#8217;ufficialità e si è trasformata in una vera e propria manifestazione delle popolazioni della zona per l&#8217;occupazione e lo sviluppo e contro la pratica delle promesse e delle sparate elettoralistiche. XXXspiaggia di Eranova, la località di Gioia Tauro dove sorgerà il porto e dove era stato eretto un picchetto xxx centinaia di giovani e di donne con cartelli del tipo &#8220;Non basta la prima pietra, il quinto centro non ce lo XXX nessuno&#8221;.All&#8217;arrivo del ministro e dei partecipanti alla cerimonia sono stati scanditi slogans dello stesso tenore. Tra i presenti anche centinaia di braccianti e le donne che lavorano presso la grande azienda agricola Greco.</p>
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<p><strong>Tutte le preoccupazioni</strong> e le perplessità della popolazione della zona e allo stesso tempo la piena consapevolezza che quanto finora si è ottenuto è frutto delle lunghe lotte popolari (anche contro le provocazioni fasciste che qui spalleggiano gli agrari) sono state espresse a nome della Cgil, della Cisl e della Uil dal compagno Alvaro il quale ha anche chiaramente indicato l&#8217;esigenza che la ootta prosegua per battere tutte le resistenze e qvviqre verqmente lq costruzione del auinto centro siderurgico. Ne&#8217; &#8211; ha aggiunto ancora Alvaro &#8211; il conto coi lavoratori calabresi da parte del governo può chiudersi qui dal momento che anche altri impegni assunti sono ancora in gran parte da realizzare. Durante la cerimonia hanno anche preso la parola dirigenti locali del PCI, del PSI, della DC e del PSDI, e il presidente della Regione, Ferrara. <em>(Franco Martelli, l&#8217;Unità, 26/04/1075)</em></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/gioia-tauro-1975-quando-andreotti-pose-la-prima-pietra-del-porto-le-cronache-dellepoca-su-una-giornata-non-senza-misteri/">Gioia Tauro, 1975. Quando Andreotti pose la prima pietra del Porto. Le cronache dell&#8217;epoca su una giornata non senza misteri</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>L’Anpi di Reggio Calabria e “I giorni della Memoria”. Iniziative nelle scuole per non dimenticare gli orrori del nazifascismo</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jan 2013 17:25:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edicoladipinuccio redazione</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; La conferenza stampa, convocata presso la sala riunioni del Comitato Provinciale dell’Anpi di Reggio Calabria, è servita per illustrare le molteplici attività dell’Anpi di Reggio Calabria in città ed sul territorio provinciale programmate dal 19 gennaio al 31 gennaio 2013. Il compito di illustrare il programma delle iniziative è toccato al presidente del Comitato d’Onore, il partigiano Aldo Chiantella, al presidente del Comitato provinciale, Sandro Vitale, al presidente dell’Anpi di Campo Calabro, Giuseppe Repaci, ed al nipote del partigiano Marco Perpiglia, Carmelo Azzarà. Aldo Chiantella ha sottolineato che, in occasione della ricorrenza del &#8220;Giorno della Memoria&#8221;, 27 gennaio, compatibilmente con le condizioni fisiche di un quasi novantenne, sarà presente in diverse scuole di Reggio e provincia, dove incontrerà centinaia di studenti di scuole medie e secondarie di secondo grado per parlare delle responsabilità gravissime del nazifascismo in quello che si può definire uno dei più efferati crimini contro l’umanità: il genocidio nei confronti degli ebrei, perseguitati, deportati, internati e sterminati nei forni crematori.</p>
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<p><strong>&#8220;Parlerò anche ai giovani&#8221;</strong> &#8211; ha aggiunto Chiantella &#8211; &#8220;della passione civile che ci spinse, giovanissimi, a scegliere la via della montagna per dar vita a quella lunga stagione della Resistenza italiana che si concluse con la Liberazione dalla guerra, dalla dittatura e dagli orrori del nazifascismo&#8221;. E’ stata quindi la volta del Presidente, Sandro Vitale, che ha informato i giornalisti presenti del calendario dei numerosi impegni e delle iniziative previste su tutto il territorio provinciale che avranno un comune denominatore riassunto nel titolo &#8220;I giorni della Memoria&#8221; per parlare innanzitutto della Shoah, ma anche di antifascismo, di Resistenza, di libertà, di democrazia e Costituzione. &#8220;Per la prima volta nella storia della Provincia reggina&#8221; &#8211; ha sottolineato Sandro Vitale &#8211; &#8221; grazie all’Anpi di Reggio Calabria, saranno ricostruiti, attraverso testimonianze e documenti, eccidi perpetrati dalle truppe tedesche nei confronti di popolazioni inermi nelle regioni meridionali già prima dell’8 settembre del ‘43. Eccidi così poco conosciuti dagli storici e dai cittadini al punto che è legittimo parlare, come noi faremo, delle stragi dimenticate del Sud, microstorie trascurate dalla macrostoria, episodi terribili che non hanno trovato spazio ed attenzione nei libri di storia. Parleremo a Rizziconi, in un convegno organizzato con l’Amministrazione Comunale, domenica 27 gennaio, (Il giorno della Memoria) dell’eccidio di 17 rizziconesi, inermi, sterminati a colpi di cannone dai tedeschi.</p>
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<p><strong>A Reggio, lunedì 28 gennaio,</strong> nella sala delle riunioni dell’Associazione dei Partigiani, parleremo dell’eccidio di 16 abitanti del Comune di Castiglione di Sicilia, massacrati dai soldati tedeschi il 12 agosto del 1943 e nuovamente della strage di Rizziconi del 6 settembre 1943, in un convegno al quale hanno dato immediata e convinta adesione i sindaci e le due amministrazioni comunali di Castiglione e di Rizziconi; così come parleremo degli ebrei e degli antifascisti internati nei campi di concentramento del Sud, a Ferramonti di Tarsia ed a Campagna, con il prezioso contributo del dottor Panebianco, direttore della Fondazione del Museo di Ferramonti. E con Aldo Chiantella, Vittorio Calvari ed Anna Condò, tre dei nostri partigiani, parleremo in numerose scuole di Reggio e provincia con centinaia e centinaia di studenti, che ci hanno chiesto di parlare di Shoah e di Resistenza. Ed a Palizzi, giovedì 31 gennaio, ultimo dei nostri &#8220;giorni della Memoria&#8221;, commemoreremo, al fianco del sindaco Sandro Autolitano, il nostro partigiano calabrese Bruno Tuscano, al quale Palizzi ha intitolato una piazza. Ed a Campo Calabro parleremo di Resistenza e della nascita della Repubblica e della Costituzione.&#8221; E’ toccato quindi al Presidente della sezione di Campo Calabro, Giuseppe Repaci, illustrare le due iniziative programmate a Campo: la prima, sabato 19 gennaio, l’incontro con gli alunni delle seconde classi dell’Istituto comprensivo per parlare della nascita della Repubblica e dei principi fondamentali della nostra Carta Costituzionale; la seconda, mercoledì 30 gennaio, con il sindaco e l’amministrazione comunale di Campo per parlare dello sterminio degli ebrei e della Resistenza contro la dittatura e contro gli orrori della guerra nazifascista.</p>
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		<title>Una verità brutale dietro l&#8217;Unità d&#8217;Italia. Un nuovo meridionalismo come tematica di fondo dei programmi scolastici</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Nov 2012 08:24:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edicoladipinuccio redazione</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/cultura/libri-cultura/la-brutale-verita-presentato-a-reggio-calabria-sabato-29-settembre-il-libro-del-cinquefrondese-michele-carilli-sul-lato-oscuro-dellunita-ditalia/attachment/la-brutale-verita-cover/" rel="attachment wp-att-47420"><img class="alignright size-full wp-image-47420" title="la brutale verita cover" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/09/la-brutale-verita-cover.jpg" alt="" width="200" height="299" /></a>LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO “La brutale verità” di Michele Carilli, di qualche giorno fa, ha sicuramente offerto numerosi spunti di riflessione e approfondimento sulla reale storia dell’Unità d’Italia. Storia, mistificata per lungo tempo, che si vuole riappropriare della sua fondatezza oggettiva e scientifica, anche attraverso questo libro. La parola revisionismo, in altri contesti storici, a ragione, è assolutamente da evitare, perché significherebbe mettere in discussione una verità talmente “vera” nelle sue atrocità e drammaticità, da temere una legittimizzazione di ciò che assolutamente legittimo non è stato e non è, ma, in questo caso, il discorso cambia, e di molto. In realtà, e per certi versi, di revisionismo della storia del Sud d’Italia dal 1861 in poi, vi è traccia fin da subito. Molti autorevoli meridionalisti dell’epoca hanno infatti analizzato e ricostruito fatti e problemi del post-unità. Si pensi a Giustino Fortunato per il quale basta riportare quanto scrisse in una lettera indirizzata ad un altro grande meridionalista, Pasquale Villari: “… L’Unità d’Italia è stata purtroppo la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico sano e profittevole. L’Unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che in quelle meridionali…”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>E a Gaetano Salvemini, a Francesco Saverio Nitti</strong> o, ancora, andando più avanti nel tempo, ad Antonio Gramsci per il quale “…Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti…” (in L&#8217;Ordine Nuovo, 1920). Dunque, chiare ed inequivocabili denunce. Eppure, la storia ufficiale ha disegnato un quadro non altrettanto chiaro ed inequivocabile. Perchè? Complessi e molteplici i motivi. Individuandone alcuni, ci si può riferire: all’esigenza “politica” di cancellare dalla coscienza e dalla memoria delle popolazioni del Sud -che dovevano diventare “italiane” una volta “fatta l’Italia”- le atrocità commesse dai Piemontesi; alla mitizzazzione delle imprese garibaldine e del raggiungimento della libertà (!?), tacendo sul fatto che, tranne qualche eccezione, le popolazioni del Sud non avevano nessuna voglia di essere “liberate”; ai valori nazionalistici del regime fascista e all’enfatizzazione della storia romana, saltando secoli e secoli di storia meridionale. Fino a che, anche con l’avvento della Repubblica, costata una terribile guerra civile che ha visto l’Italia divisa in due, e con un movimento indipendentista siciliano in piena agitazione, si è continuato a mantenere immutato il quadro storico risorgimentale ufficiale. Ma il clima socio-culturale, pur se sono ancora alimentate assurde contrapposizioni Nord vs Sud da certa “ideologia” leghista, e non solo, è mutato. <a href="http://www.edicoladipinuccio.it/storia-2/una-verita-brutale-dietro-lunita-ditalia-un-nuovo-meridionalismo-come-tematica-di-fondo-dei-programmi-scolastici/attachment/domenica-corriere-risorgimento/" rel="attachment wp-att-52792"><img class="alignleft  wp-image-52792" title="domenica corriere risorgimento" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/11/domenica-corriere-risorgimento.jpg" alt="" width="246" height="342" /></a>L’informazione, la sensibilizzazione, la coscientizzazione, quest’ultima intesa come consapevolezza di una nuova cittadinanza nel territorio e nel mondo, che è sempre più di dimensione insieme locale e planetaria, non tollerano più le mistificazioni della storia. La storia, che è una scienza che si basa su fonti e documenti, va insegnata proprio attraverso le fonti e i documenti.</p>
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<p><strong>In tal modo, non sarà facile modificare</strong> o addirittura eclissare la storia. Soprattutto noi insegnanti meridionali dovremmo favorire, forse più di altri, questo processo di legittima revisione della nostra storia. Ed in questo, un validissimo aiuto potrebbe essere la scelta del Meridionalismo come tematica di fondo dei nostri programmi di studio, non soltanto dell&#8217;ambito storico ma anche letterario, contribuendo in tal modo a restituire finalmente alla nostra terra quel concreto riconoscimento e quel rispetto che per 150 anni le sono stati negati.</p>
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		<title>Controcorrente. Colonialismo, un male non solo italiano e nato prima del fascismo. Sul mausoleo a Graziani possibile una lettura diversa</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Oct 2012 14:55:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edicoladipinuccio redazione</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/storia-2/controcorrente-colonialismo-un-male-non-solo-italiano-e-nato-prima-del-fascismo-sul-mausoleo-a-graziani-possibile-una-lettura-diversa/attachment/cover-libro-graziani/" rel="attachment wp-att-47878"><img class="alignright  wp-image-47878" title="cover libro graziani" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/10/cover-libro-graziani-211x304.jpg" alt="" width="169" height="243" /></a>L&#8217;INOPPORTUNITA&#8217; DELL&#8217;OPERA del comune frusinate di Affile non è rappresentata soltanto dal costo dell’opera che supera i 100 mila euro, in un momento sociale ed economico in cui tutti i Comuni devono evitare spese non necessarie. C’è un motivo in più di tale inopportunità: è che si deve porre fine in Italia con le dediche di vie, piazze e parchi a personaggi controversi, protagonisti delle vicende storiche e belliche del Novecento. A muovere iniziative di questo tipo sono, spesso, logiche di parte, risposte polemiche a quanto fatto dagli avversari politici e una sorta di captatio benevolentiae ipocrita,celebrazionistica e falsa che, come in questo caso, la classe politica del centro destra pone in essere. E lo fa senza domandarsi se politicamente gli italiani tutti abbiano maturato l’auspicata pacificazione e serenità del giudizio storico sulla figura oggetto del riconoscimento e, quindi, dell’atto politico.</p>
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<p><strong><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/storia-2/controcorrente-colonialismo-un-male-non-solo-italiano-e-nato-prima-del-fascismo-sul-mausoleo-a-graziani-possibile-una-lettura-diversa/attachment/maresciallo-graziani/" rel="attachment wp-att-47869"><img class=" wp-image-47869 alignleft" title="maresciallo graziani" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/10/maresciallo-graziani-209x304.jpg" alt="" width="167" height="243" /></a>Talchè l’iniziativa di volta in volta</strong> diventa uno sterile atto politico che non reca merito alcuno, anzi diventa pane per i denti affilati di coloro i quali non aspettano altro per riprendere &#8211; anche qui con partigianeria &#8211; la vecchia contrapposizione fascismo-antifascismo, che interessa ad una cerchia sempre più ristretta di italiani. Relativamente ai rilievi e ai libri del materialista storico Del Boca che descrive le atrocità del generale Graziani nei 6 mesi in cui è durata la guerra d’Etiopia conclusasi nel 1936 e ricordati nel suo articolo dalla professoressa Giovinazzo, penso che le guerre – che oggi tutti esecriamo &#8211; abbiano sempre comportato atrocità ed eccidi. Se ci riferiamo alle imprese coloniali, l’Italia le portò avanti ancor prima del fascismo. In Europa, l’Inghilterra ha esercitato il suo potere coloniale sino a 60 anni addietro sul 25% della popolazione mondiale e non lo fece sicuramente a tavolino, né con metodi bonari. In Kenia, negli anni ’50 erano oltre 300 mila i kenioti indigeni di razza kikuyu detenuti in campi di concentramento; ne morirono 100 mila ed oltre mille fra essi vennero impiccati. I soldati inglesi per ogni keniota ucciso percepivano 5 scellini (i 7 euro odierni) e spesso inchiodavano ai segnali stradali i resti dei corpi squartati degli uccisi.</p>
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<div id="attachment_47877" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/storia-2/controcorrente-colonialismo-un-male-non-solo-italiano-e-nato-prima-del-fascismo-sul-mausoleo-a-graziani-possibile-una-lettura-diversa/attachment/mausloeo-graziani/" rel="attachment wp-att-47877"><img class="size-full wp-image-47877" title="mausloeo graziani" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/10/mausloeo-graziani.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">il mausoleo di affile</p></div>
<p><strong>Il colonialismo non lo praticò solo l’Italia</strong>, ne furono artefici oltre agli inglesi, i francesi, i belgi, i portoghesi, i tedeschi. I parametri morali, storici e politici con cui oggi vengono misurati gli atti di quei tempi da parte dell’Italia fascista devono essere esattamente uguali a quelli con cui si devono giudicare tutte le imprese imperialistiche e gli interventi militari posti in essere dalla Russia comunista, prima, durante e dopo la 2^ guerra mondiale, che sono costate decine di milioni di morti, miseria e carestie,così come avvenne con la forzata dekulakizzazione dell’Ucraina negli anni ’30. E’ vero che l’Italia represse duramente la resistenza Etiope ed Abissina, ma è vero pure che l’Abissinia praticava razzie e segregazioni a danno di popolazioni indigene che,sotto Menelik e Selassiè, vivevano schiavizzate dalle tribù dominanti abissine. La guerra Italo-etiopica scoppiò anche per una serie di conseguenze di episodi bellici avvenuti ai confini somalo-etiopici alla fine del 1934 a danno dell’Italia e per gli strascichi che questi avevano lasciato. Per il nostro intervento in Africa Orientale subimmo le sanzioni economiche dalla Società delle Nazioni. L’Italia non le accettò ed anche alcuni antifascisti manifestarono la loro contrarietà solidarizzando con l’Italia di Mussolini quando il popolo italiano fu chiamato alla solidarietà patriottica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_47874" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/storia-2/controcorrente-colonialismo-un-male-non-solo-italiano-e-nato-prima-del-fascismo-sul-mausoleo-a-graziani-possibile-una-lettura-diversa/attachment/etiopiaea01/" rel="attachment wp-att-47874"><img class=" wp-image-47874 " title="etiopiaea01" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/10/etiopiaea01-375x304.jpg" alt="" width="300" height="243" /></a><p class="wp-caption-text">graziani accanto a vittime di massacri</p></div>
<p><strong>Benedetto Croce donò la sua quantità d’oro</strong> e la sua medaglia di senatore, seguito dal liberale Albertini, da Vittorio Emanuele Orlando e dal socialista aventiniano Arturo Labriola, rientrato in Italia dal suo esilio a Bruxelles, dopo aver comunicato la sua solidarietà all’Italia. In Abissinia e in Etiopia l’Italia costruì strade, ponti, fognature, scuole, ospedali ed anche quelle popolazioni ne potettero in parte godere. Fu il posto al sole… non per abbronzarsi, ma per creare lavoro ed esportare la civiltà millenaria dell’Italia. Rodolfo Graziani fu uno degli uomini di quell’epoca. Il giudizio storico di alcuni dice che è stato un soldato, un combattente Italiano al servizio della Patria, per altri è stato un criminale. Finchè vivrà la<em> damnatio memoriae</em> non ha alcun senso dedicargli alcun sacrario. L’Italia è il paese che nel 1979 ha votato per l’ingresso nell’Onu dello Stato di uno fra i più esecrati criminali comunisti del secolo scorso, la Cambogia di Pol Pot, ha vie e piazze dedicate alle figure del comunismo internazionale che hanno lasciato milioni di cadaveri dietro di essi e c&#8217;è chi grida allo scandalo per il sacrario al Generale Graziani o per una via che si chiede di dedicare a Giorgio Almirante.<em> Vae victis</em> !</p>
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		<title>150 anni dal ferimento di Garibaldi in Aspromonte. Giornata del percorso della memoria storica dell&#8217;Aspromonte a cura del Parco Nazionale</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Aug 2012 17:41:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>frabonini</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_44798" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/storia-2/150-anni-dal-ferimento-di-garibaldi-in-aspromonte-giornata-del-percorso-della-memoria-storica-dellaspromonte-a-cura-del-parco-nazionale/attachment/cippo-garibaldi/" rel="attachment wp-att-44798"><img class="size-medium wp-image-44798" title="CIPPO GARIBALDI" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/08/CIPPO-GARIBALDI-225x169.jpg" alt="" width="225" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">il cippo garibaldi</p></div>
<p style="text-align: justify;" align="center">GAMBARIE D&#8217;ASPROMONTE &#8211; Si celebrerà il 29 agosto a Gambarie la “Giornata del percorso della memoria storica dell’Aspromonte”. Si tratta della prima edizione di un evento annuale che il Parco nazionale dell’Aspromonte ha istituito allo scopo di contribuire a recuperare la storia del territorio e delle popolazioni del Parco. Quest’anno l’evento è dedicato al 150 anniversario del ferimento di Garibaldi, avvenuto il 29 agosto del 1862. Quel giorno Garibaldi e i suoi 1500 volontari furono fermati in Aspromonte mentre si dirigevano verso Roma, per liberare la città dal dominio vaticano e farla diventare capitale d’Italia.  Il ferimento di Garibaldi in Aspromonte è stato spesso ricordato come un fatto minore della storia italiana, quasi folcloristico, mentre del tutto sconosciuti sono i nomi dei caduti nello scontro fratricida in Aspromonte: 7 garibaldini persero la vita e 20 furono feriti, mentre tra le truppe dell’esercito regio si contarono 5 soldati morti e 14 feriti.  Fu probabilmente il primo scontro tra italiani o, se vogliamo, il primo segno visibile della Disunità d’Italia. Come scrisse il Mazzini, “<em>il ferimento di Garibaldi in Aspromonte sciolse il patto unitario tra monarchici e repubblicani che era stato sancito a Teano”</em>.  Che senso ha ricordare i 150 anni di questa pagina di storia della nostra nazione?   “Ha un senso – dichiara Antonio Alvaro, vicepresidente del Parco Nazionale dell’Aspromonte –  solo se vogliamo fare i conti con la Disunità d’Italia oggi, con ciò che divide ancora e profondamente il nostro Paese: il divario crescente Nord/Sud, una polarizzazione sociale insostenibile, la contrapposizione “artefatta”  tra garantiti e precari, tra vecchie e nuove generazioni.  Ma, anche una profonda spaccatura  tra aree interne ed aree costiere, tra “osso” e “polpa” che sta portando alla scomparsa di tanti piccoli paesi e realtà nelle aree collinari e montane, con la perdita di un grande patrimonio storico, culturale e paesaggistico”.  “I parchi nazionali italiani – aggiunge Alvaro – sono stati istituiti spesso in queste aree “marginali” rispetto alle direttrici dello sviluppo capitalistico, ed hanno quindi un compito arduo che rappresenta anche una sfida rispetto al futuro: fare sì che la tutela ambientale – compito prioritario dei parchi naturali – porti ad un miglioramento della qualità della vita ed a nuove occasioni di occupazione qualificata”.  “Per tutte queste ragioni – conclude il vicepresidente Alvaro – il Parco Nazionale dell’Aspromonte ha voluto ricordare i 150 del ferimento di Garibaldi e dell’eccidio in Aspromonte”</p>
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		<title>Delegazione della Cgil di Gioia Tauro ai funerali di stato di Placido Rizzotto</title>
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		<pubDate>Fri, 25 May 2012 15:14:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edicoladipinuccio redazione</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/storia-2/delegazione-della-cgil-di-gioia-tauro-ai-funerali-di-stato-di-placido-rizzotto/attachment/placido-rizzotto/" rel="attachment wp-att-39236"><img class="alignright size-large wp-image-39236" title="Placido-Rizzotto" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/05/Placido-Rizzotto-540x277.jpg" alt="" width="430" height="220" /></a>GIOIA TAURO &#8211; La Cgil della Piana di Gioia Tauro è stata a Corleone ai Funerali solenni di Placido Rizzotto. Abbiamo vissuto una giornata intrisa di grande emozione e di straordinaria passione politica e sindacale. E’ stato molto toccante condividere, con donne e uomini provenienti da ogni parte del Paese, i valori universali della legalità e della libertà; un binomio inscindibile che vive alla base dell’essenza della Cgil. Libertà è Legalità! ha detto a gran voce Susanna Camusso, Segretaria Generale della Cgil. Abbiamo voluto dare il nostro contributo di partecipazione, portando con noi a Corleone, certo, le difficoltà dell’oggi, ma anche il grande patrimonio di storia politica e sociale che rappresenta, da sempre, la Cgil nella Piana e nella storia del sindacato meridionale e del paese. Anche da noi, al sud, le pagine dell’emancipazione e del progresso sono state scritte attraverso il sacrificio di quanti si sono opposti allo strapotere dei mafiosi e dei potenti che hanno mantenuto le loro fortune con lo sfruttamento e le vessazioni. Sulla Piana, con un epilogo meno drammatico, sono stati tanti, dalla lotta partigiana al dopo guerra, i segretari di camera del lavoro che si sono battuti come Placido Rizzotto Molti di noi ricordano Gianni Spizzica, Nino Gullo, Serafino Cordì, Turi Falleti, Antonio Francica, Michele Papasidero, Rafi Carerra; poi i viventi Vincenzo Quirino, Vincenzo Gentiluomo e Micuccio Bevacqua e ancora tanti e tanti altri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/storia-2/delegazione-della-cgil-di-gioia-tauro-ai-funerali-di-stato-di-placido-rizzotto/attachment/rizzotto-24-maggio-470x311/" rel="attachment wp-att-39237"><img class="alignleft size-large wp-image-39237" title="rizzotto-24-maggio-470x311" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/05/rizzotto-24-maggio-470x311-459x304.jpg" alt="" width="430" height="284" /></a></strong><strong>La nostra corale partecipazione</strong> alla solenne cerimonia, presenziata dal Capo dello Stato che ha voluto rendere onore al Sindacalista, al suo Sacrifico e al valore sociale della Cgil, è il dono tangibile che rivogliamo a coloro che, pure da noi, si sono sacrificati per rendere grande il riconoscimento dei diritti dei Lavoratori. E’ con questo spirito che abbiamo raccolto l’invito della Cgil siciliana di costruire la tomba con i sassi provenienti dalle Camere Del Lavoro Territoriali più impegnate nell’affermazione della dignità del lavoro e contro le mafie.La nostra delegazione ha depositato presso la tomba di Rizzotto nel cimitero di Corleone una pietra contenente un graffito che ne personalizza la provenienza dalla Cgil della Piana di Gioia Tauro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La pietra che abbiamo consegnato</strong> è un sasso della spiaggia di Gioia Tauro, levigato dal mare, raccolto e scelto dal marittimo in pensione Santo Manucra che per la sua personale militanza in cgil rappresenta ancora oggi un importante punto di riferimento per il gruppo dirigente giovane della Cgil territoriale ; Santo per la Cgil della Piana è un patrimonio infinito di valori umani e politici che per il suo cuore grande può essere oggi accumunato a uomini come Placido Rizzotto. Abbiamo , inoltre , voluto trasferire la bellezza e i colori caldi della nostra terra nel graffito che incide il nome della Cgil della Piana e il compito di decorarla lo abbiamo voluto affidare a Mimmo Oliveri , un artista di Melicuccà. Il giovane pittore con la scelta dei colori ha voluto rappresentare alcuni aspetti valoriali forti. Il rosso, certamente, rappresenta l’amore, la passione , la forza e il coraggio dei lavoratori e delle lavoratrici della nostra terra . Il giallo raffigura il nostro oro che è il grande patrimonio umano e culturale che come donne e uomini della piana possediamo e spendiamo con grande impegno ed altruismo Nel ricordo della memorabile giornata dei funerali di Placido Rizzotto continuerà attraverso il nostro lavoro la sua memoria affinchè nulla di grande sia mai vano. Ciao Compagno Placido</p>
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		<title>Una &#8220;Tombola Nazionale a favore dell&#8217;Asilo e dell&#8217;erigendo ospedale di Cinquefrondi&#8221;. Nel 1922 una proposta di legge in Parlamento</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 12:48:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edicoladipinuccio redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[atti parlamentari]]></category>
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		<category><![CDATA[regno d'italia]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_33911" class="wp-caption alignright" style="width: 440px"><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/storia-2/una-tombola-nazionale-a-favore-dellasilo-e-dellerigendo-ospedale-di-cinquefrondi-nel-1922-una-proposta-di-legge-in-parlamento/attachment/tripepo-e-lombardi" rel="attachment wp-att-33911"><img class="size-large wp-image-33911" title="tripepi-e-lombardi" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/03/tripepo-e-lombardi-540x304.jpg" alt="" width="430" height="242" /></a><p class="wp-caption-text">i deputati del regno tripepi e lombardi</p></div>
<p>CINQUEFRONDI &#8211; <em>Tombola nazionale a favore dell&#8217;Asilo e dell&#8217;erigendo ospedale di Cinquefrondi. </em>Si intitolava cosi il progetto di legge 1766 del 13 novembre 1922, presentato alla Camera dei Deputati dagli onorevoli Nicola Lombardi e Domenico Tripepi. Dell&#8217;atto troviamo traccia su una <strong><a href="http://storia.camera.it/documenti/progetti-legge/19221113-1766-tombola-nazionale-favore-asilo-e" target="_blank">pagina dell&#8217;archivio storico del parlamento italiano</a></strong>. Nicola Lombardi (Mileto, 1870-Catanzaro 1952) fu avvocato e parlamentare. Nel 1921 e nel 1944 fu sottosegretario ai Lavori Pubblici prima e alla Giustizia poi. Il 16 luglio 1922 Lombardi aveva presentata analogo progetto di legge in favore d<em>ell&#8217;ospedale civile e dell&#8217;asilo infantile di Mileto</em>. Domenico Tripepi, avvocato (Reggio Calabria 1852-1930 )è stato sindaco di Reggio Calabria. la proposta di legge in oggetto è la sua unica iniziativa parlamentare.</p>
<h3></h3>
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		<title>La storia del &#8220;Comandante Nanni&#8221;: da Cataforio alla testa di una brigata partigiana in Piemonte</title>
		<link>https://www.edicoladipinuccio.it/blog/la-storia-del-comandante-nanni-da-cataforio-alla-testa-di-una-brigata-partigiana-in-piemonte/</link>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 08:59:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edicoladipinuccio redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
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		<category><![CDATA[piemonte]]></category>
		<category><![CDATA[seconda guerra mondiale]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Si chiamava Bruno, ma per tutti è stato il “comandante Nanni”. Quarto di undici figli della famiglia Sera da San Lorenzello di Cataforio, un...</p><p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/blog/la-storia-del-comandante-nanni-da-cataforio-alla-testa-di-una-brigata-partigiana-in-piemonte/">La storia del &#8220;Comandante Nanni&#8221;: da Cataforio alla testa di una brigata partigiana in Piemonte</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Si chiamava Bruno, ma per tutti è stato il “comandante Nanni”. Quarto di undici figli della famiglia Sera da San Lorenzello di Cataforio, un pugno di case sulle colline che si arrampicano da Reggio su fino all’Aspromonte. Suo padre minatore negli Stati Uniti, un’emigrazione precoce nella Torino industriale ai primi decenni del secolo scorso. A soli diciannove anni si arruola nell’esercito, reparto autieri. Lo scoppio della seconda guerra mondiale lo vede in poco tempo su vari fronti fino alla tragica esperienza a supporto dell’Armir in Russia. “Inizialmente per noi giovani poteva sembrare un’avventura, ma solo sul campo di battaglia ci rendemmo conto degli orrori della guerra.” Bruno viene a contatto con la dura realtà così lontana dai toni roboanti che echeggiavano dal balcone di piazza Venezia; vede i compagni morire dalla fame, dal freddo o fatti a pezzi da una mina. “Le truppe erano in genere malvestite ; in particolare i fanti non avevano calze, ma fasce e galosce arrotolate alle gambe; inoltre in prima linea si nutrivano esclusivamente di cibi asciutti, come gallette, pane e carne in scatoletta, e molti morirono assiderati.” La ritirata è un massacro, l’ha raccontata in maniera mirabile Rigoni Stern nel suo capolavoro: Il Sergente nella neve. Gli italiani sono stretti fra le angherie dell’alleato tedesco, il freddo, la fame e i continui assalti dell’Armata Rossa. Viene dato per disperso, tanto che una cognata, dando alla luce un figlio lo chiama Bruno in sua memoria. L’8 settembre del 1943 lo vede a Torino, per nulla sorpreso dall’armistizio. E’ il momento della scelta. La caserma di Settimo Torinese è deserta, tutti sono stati costretti ad una scelta: da un lato le SS e la Repubblica di Salò, dall’altro la montagna e le brigate partigiane. Bruno non esita, non ha mai preso la tessera del Pnf, e si aggrega alle prime bande spontanee del Canavese, le montagne fra il Piemonte e la Lombardia. Assume il nome di battaglia Nanni e nel giro di diciotto mesi arriva al ruolo di comandante della brigata “Spartaco II”, una delle bande dove militarono anche le donne, che agisce sabotando le azioni delle truppe nazifasciste.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_31213" class="wp-caption alignright" style="width: 425px"><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/storia-2/la-storia-del-comandante-nanni-da-cataforio-alla-testa-di-una-brigata-partigiana-in-piemonte/attachment/partigiani-1024x750" rel="attachment wp-att-31213"><img class="size-large wp-image-31213" title="partigiani-1024x750" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/02/partigiani-1024x750-415x304.jpg" alt="" width="415" height="304" /></a><p class="wp-caption-text">partigiani</p></div>
<p><strong>“Al cambio della guardia</strong> sul ponte della Stura noi riuscimmo a derubare i tedeschi di tutta l’attrezzatura; un’altra volta facemmo saltare il ponte ferroviario sul fiume Orco a Chivasso, in modo che il metallo rubato dai Tedeschi alle Ferriere Fiat non fosse portato in Germania per fabbricarne cannoni. I nazisti andavano a caccia di partigiani ; quando ne trovavano non esitavano a torturarli aspettando che rivelassero dove si trovasse la loro banda; quando non erano fucilati venivano inviati nei lager, insieme ai civili antifascisti. Quanti miei amici sono morti così ! “ Forti dello sciopero generale iniziato dagli operai il 18, il 25 aprile i partigiani entrano a Torino per liberarla, la brigata guidata dal comandante calabrese ha il compito di snidare i cecchini, a sera il capoluogo piemontese è finalmente libero, suggerendo a Pertini il famoso appello lanciato da radio Milano: “Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l&#8217;occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire.&#8221; E’ il momento della Liberazione! C’è un paese da ricostruire, comunità lacerate da anni di dittatura, odio e guerra. Bruno, decorato per ben due volte sul campo con medaglia al valore, non è a caccia di altri onori o poltrone, s’iscrive alla Cgil ed entra in Fiat. La sua capacità di scegliere la parte dei “vinti” lo porta ad essere protagonista nelle lotte per i diritti dei lavoratori; sono gli anni dell’emigrazione di massa dal Sud, Torino diventa la “Calabria” del Nord, quando gli stranieri eravamo noi e nelle case si poteva leggere il cartello: “non si affitta ai meridionali”. Anni duri, gli anni della presidenza Fiat di Valletta, le schedature ed i sindacati gialli; Bruno viene spostato di reparto in reparto, oggi si chiamerebbe mobbing, ma non si scoraggia, ovunque fa proseliti alla causa dei diritti dei lavoratori. Ogni anno, fino alla morte, sopraggiunta nel 2008, soleva trascorrere, dopo la pensione, lunghi periodi nei luoghi natii dove amava coltivare la terra, incontrare i vecchi compaesani e raccontare delle sue esperienze di vita.</p>
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		<title>Regionalizzazione e localismo. La rivolta di Reggio Calabria del 1970 e il ceto politico calabrese</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 15:44:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edicoladipinuccio redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[fatti di reggio]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>LA NASCITA dell’ordinamento regionale italiano nel 1970 fu accompagnata da espressioni piuttosto diffuse di consenso, da «aspettative quasi messianiche» [Putnam, Leonardi e Nanetti 1985, 15] di rinnovamento...</p><p>L'articolo <a href="https://www.edicoladipinuccio.it/regionalizzazione-e-localismo-la-rivolta-di-reggio-calabria-del-1970-e-il-ceto-politico-calabrese/">Regionalizzazione e localismo. La rivolta di Reggio Calabria del 1970 e il ceto politico calabrese</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.edicoladipinuccio.it">Edicola di Pinuccio</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>LA NASCITA dell’ordinamento regionale italiano nel 1970 fu accompagnata da espressioni piuttosto diffuse di consenso, da «aspettative quasi messianiche» [Putnam, Leonardi e Nanetti 1985, 15] di rinnovamento delle strutture politiche e amministrative del Paese. Dal decentramento ci si attendeva, in genere, un impulso decisivo alle riforme economiche e sociali, nel solco di una programmazione fino ad allora incostante e disomogenea, e una svolta verso l’efficienza burocratica, nonché un incoraggiamento a realizzare forme più democratiche di processo decisionale, tendenti perfino all’autogoverno delle comunità locali. Uno degli auspici più invocati, tanto da divenire una chiave di lettura della riforma regionalista in ambito sociologico e storiografico, era la «dispersione delle tensioni» dal centro del sistema politico e istituzionale alle periferie. In altre parole, la «funzione di composizione del conflitto» [Rotelli 1974b, 14] era considerata tra le più comunemente apprezzate che l’istituzione delle regioni a statuto ordinario avrebbe potuto assolvere.</p>
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<p><strong><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/storia-2/regionalizzazione-e-localismo-la-rivolta-di-reggio-calabria-del-1970-e-il-ceto-politico-calabrese/attachment/comizio-pci-rc-1970/" rel="attachment wp-att-41687"><img class="alignleft size-large wp-image-41687" title="comizio pci rc 1970" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/06/comizio-pci-rc-1970-540x249.jpg" alt="" width="430" height="198" /></a>In Calabria, tuttavia</strong>, fu proprio l’attuazione del dettato costituzionale in materia di autonomie locali a scatenare accese ostilità infraregionali sull’assetto organizzativo degli uffici e sul riconoscimento delle gerarchie simboliche tra i maggiori centri urbani, condensate nella disputa per la designazione a capoluogo del nuovo ente. Ne presero parte le città di Reggio Calabria e di Catanzaro. Di fronte a orientamenti favorevoli a quest’ultima, nel luglio 1970 (un mese dopo le prime elezioni regionali), la popolazione reggina manifestò un acuto dissenso, rivendicando il primato regionale con assemblee, comizi, cortei e scioperi, che sfociarono in uno dei moti di protesta più significativi, per violenza (con uso di armi da fuoco ed esplosivo) e durata (fino al febbraio 1971, con notevoli strascichi), della storia dell’Italia repubblicana.</p>
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<p><strong>Si trattava di un effetto</strong> tra i più paradossali e indesiderati che ci si potesse attendere dal processo di “regionalizzazione”, termine con cui si intende l’«operazione di cui lo stato si è servito per dare organicità e uniformità istituzionale ai complessi umani – territorialmente definiti in entità di diversa origine storica – che lo formano». Un concetto distinto, come ha spiegato Lucio Gambi, da quello di “regionalismo”, che è invece il «riconoscimento di aree contrassegnate da una omogeneità, o meglio da un particolare forma di coesione e coordinazione per ciò che riguarda in primo luogo la struttura economica e i patrimoni culturali» [Gambi 1977, 276]</p>
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<p><strong>I caratteri salienti della rivolta per Reggio capoluogo.</strong> A partire dalla recente storiografia [cfr. le rassegne bibliografiche Ambrosi 2005, Gervasoni 2008; Ambrosi 2008] sulla rivolta di Reggio Calabria del 1970, qui si evidenziano soltanto i caratteri più rilevanti e in ogni caso utili a comprendere il significato di tale evento in rapporto alla regionalizzazione. La prospettiva analitica è quella di un fenomeno di azione collettiva, atipico – sebbene non unico – nel quadro del ciclo di protesta che caratterizzò la storia italiana tra gli anni Sessanta e Settanta. Rispetto ai movimenti allora prevalenti, studenteschi e operai innanzitutto, appare inconsueto il criterio di aggregazione: un senso di appartenenza territoriale, interclassista e ideologicamente trasversale [cfr. Lombardi Satriani 19792; Bova 1995], piuttosto che improntato alla comune condizione generazionale o di classe. Ciò deriva dall’altrettanto insolito motivo iniziale della protesta, la rivendicazione del ruolo di capoluogo della Calabria, che risultò pure la «molla centrale […], obiettivo nel quale confluivano frustrazioni e attese, vero cemento della sollevazione di massa» [Cingari 1982, 379]. Inoltre, l’andamento della partecipazione collettiva dimostra che la richiesta del capoluogo rimase imprescindibile, l’unico fattore capace di determinarne alti e bassi, anche dopo il sommarsi di ulteriori e più ampie ragioni di contestazione [Ambrosi 2009, 269].</p>
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<p><strong><a href="http://www.edicoladipinuccio.it/storia-2/regionalizzazione-e-localismo-la-rivolta-di-reggio-calabria-del-1970-e-il-ceto-politico-calabrese/attachment/7_rivolta_reggio_calabria/" rel="attachment wp-att-41690"><img class="alignright size-large wp-image-41690" title="Rivolta_Reggio_Calabria" src="http://www.edicoladipinuccio.it/upload/2012/06/7_Rivolta_Reggio_Calabria-422x304.jpg" alt="" width="422" height="304" /></a>Rispetto alla temperie culturale</strong> e politica dominante, sono peculiari anche i vari soggetti che animarono la protesta nelle sue diverse fasi, con finalità anche differenti e strumentali, ma senza riuscire a sganciarsi mai dall’istanza di natura localistica. I promotori furono esponenti locali della Dc, partito di maggioranza relativa, alla guida del Comune e della Provincia. Accanto a essi si collocarono membri dei partiti laici di governo, del Msi, dei sindacati (Cisl e Uil), dell’associazionismo (cattolico, in particolare) e della Chiesa. Il Psi, il Pci e la Cgil reggini non aderirono alla mobilitazione, prediligendo per la città un futuro d’industrializzazione. Dopo qualche settimana, la gestione del movimento passò a vari comitati civici, in particolare al Comitato d’azione, capeggiato da un sindacalista della destra radicale e rimasto egemone fino al termine della rivolta.</p>
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<p><strong>Sin dal 14 luglio 1970</strong>, quando si verificarono i primi incidenti, la grave crisi dell’ordine pubblico diventò una variabile di notevole influenza sugli schieramenti, pro o contro capoluogo. A Reggio non vi era l’abitudine a scontri di piazza di un certo rilievo [Acs, Mi, Gab., 1967-70, b. 529, fasc. 17222/66 e b. 39, fasc. 11001/97], eppure il repertorio d’azione dei manifestanti comprese forme variegate e radicali (barricate, molotov, armi da fuoco, ecc.) e l’intervento poliziesco si presentò sproporzionato sul campo e vessatorio nei luoghi dove si concentravano i numerosi fermati. Questa fu la dinamica più o meno costante del lungo e intenso periodo di violenza, durante il quale persero la vita cinque persone (tre civili e due militari). Violenza motivata da parte dei reggini come reazione all’accanimento repressivo e all’ostilità o indifferenza governativa verso la città, dovuti alla presenza di esponenti politici di Catanzaro e di Cosenza ai vertici ministeriali, e da parte delle autorità statali con l’intromissione nella guerriglia urbana di forze eversive di destra e di sinistra, nonché della criminalità organizzata.</p>
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<p><strong>In entrambi i casi si tratta</strong> di posizioni fornite di fondamento e chiarificatrici solo in parte, con la dovuta considerazione delle alterne fasi della protesta, riscontrabili perlopiù indirettamente o muovendosi sullo scivoloso crinale di misteriosi retroscena. Gli abusi delle forze dell’ordine furono denunciati anche dalle forze di sinistra [Acs, Mi, Gab., 1967-70, b. 513, telegramma di Pci, Psi, Psiup e Acli di Lamezia Terme del 22 luglio 1970] e confessati, a distanza di tempo, dagli stessi poliziotti [Cgb, Asfc, Fondo “Luigi Ambrosi”, testimonianza di A. A.]. Riguardo agli autori delle violenze di piazza, i rapporti delle autorità statali e le cronache giornalistiche riferiscono piuttosto genericamente di un preminente protagonismo giovanile, trasversale sia dal punto di vista sociale che ideologico. Più dettagliati risultano i dati polizieschi e giudiziari, come la lunga lista riportata nel reportage Buio a Reggio [Malafarina L., Bruno F. e Strati S. 20003, 789-864], inadeguati a sostenere generalizzazioni se non sui soggetti ritenuti, anche pregiudizialmente, autori di disordini, analogamente di varia estrazione socialee soprattutto giovani (il 47% di arrestati e denunciati è sotto i 25 anni e il 10% sotto i 18 [Acs, Mi, Gab., 1971-75, b. 396, rapporto del prefetto di Reggio n. 2393 del 21 luglio 1972]). Qui è sufficiente, a supporto di questa visione “corale” dei protagonisti della mobilitazione – non necessariamente degli scontri –, citare la lettera che, dopo tre mesi di rivolta, la cellula comunista del deposito locomotive di Reggio inviò alla Direzione nazionale del Pci: «Non è vero come si afferma che sulle piazze ci sono pochi fascisti facinorosi e teppisti, ma giovani, studenti e operai, anche di sinistra e financo nostri compagni» [Fg, Pci, Rp, mf . 70, 29 settembre 1970, pp. 69-71].</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>D’altra parte, è appurato</strong> l’intervento nella rivolta di gruppi della destra extraparlamentare (Avanguardia nazionale, Fronte nazionale, Ordine nuovo), in polemica con l’ipotesi di formule governative più orientate a sinistra e la partitocrazia nel suo complesso, e – pur enfatizzato – della sinistra extraparlamentare (anarchici, marxisti-leninisti, Lotta continua), in chiave antistatalista e anticapitalista, senza poter accertare la loro influenza determinante nella provocazione dei disordini. Una simile accortezza va riservata alle cosche della ’ndrangheta, pur essendo stato riscontrato giudiziariamente il contributo mafioso alle numerose azioni terroristiche avvenute durante la rivolta, per mezzo di un uso esteso e massiccio del tritolo, tra cui il deragliamento della Freccia del Sud del 22 luglio 1970 [Ciconte 1996; Ferrari 2006]. In ogni caso, si mostrò da subito singolare la composizione delle coalizioni, a favore dei diritti civili o all’insegna del motto “legge e ordine” [Della Porta e Reiter 2003, 27], che si formano tradizionalmente in merito alla gestione dell’ordine pubblico, come rilevato dall’inviato del « Tempo»:</p>
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<p><em>Qui stanno diventando fautori del disordine anche i più celebrati uomini d’ordine; venerati professionisti, celebri avvocati, industriali, marchesi, liberali illuminati e missini fautori dello Stato forte […]. Contemporaneamente i tradizionali fautori del disordine, comunisti e sindacalisti di sinistra, i contrari alla protesta per “Reggio capoluogo” scontano le colpe della loro tardiva e interessata conversione all’ordine.</em> [Chiocci 1970].</p>
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<p><strong>Questo aspetto fa emergere</strong> i tentennamenti del Msi, i cui vertici nazionali non sostennero da subito la mobilitazione per il capoluogo, tanto da veder bruciate le copie dell’organo di stampa ufficiale del partito, colpevole di aver giudicato severamente i dimostranti [Galli 1974, 17; Rossi 1992, 160]. Il partito neofascista non aveva ancora assimilato del tutto la versione movimentista della “piazza di destra” e la linea dell’alternativa del neosegretario Giorgio Almirante [Ignazi 1989, 135-148]. Tuttavia, il Msi riuscì a egemonizzare il movimento di protesta soprattutto grazie agli accenti meridionalisti e antipartito [Lupo 2004, 221-234] che gli impresse, assecondato dall’inerzia governativa e dai metodi dilatori e illusori della classe dirigente.</p>
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<p><strong>Il ribaltamento dell’abituale</strong> atteggiamento del Pci verso l’ordine pubblico non spiega in modo esaustivo la posizione del principale partito d’opposizione verso la protesta per il capoluogo. Infatti, alla contrapposizione totale degli inizi, nell’ottobre 1970 subentrò una fase di mobilitazione, soprattutto in provincia di Reggio, non solo per denunciare e contrastare la leadership della rivolta, ritenuta eversiva, ma in chiave meridionalistica e critica verso una riduzione del malcontento a mero problema di ordine pubblico [Ambrosi 2009, 69-72]. Solo in seguito, i comunisti approdarono a una rigida posizione repressiva, influenzata dal clima nazionale di apprensione per le minacce neofasciste [Panvini 2009, 126-131]. In base a queste brevi osservazioni, risulta evidente quanto si presentarono articolate e contraddittorie, in termini di scansione temporale e di molteplicità di fattori condizionanti, le posizioni delle forze politiche e sociali durante della rivolta. Esse costituirono un panorama complesso, in cui comunque la questione di fondo rimase la prolungata incapacità di conciliazione del conflitto tra i territori calabresi.</p>
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<p><strong>Tensioni territoriali forti e identità regionale debole.</strong> La mediazione con cui si pose termine alla rivolta, già declinante anche per la stanchezza diffusa nella popolazione, fu raggiunta il 16 febbraio 1971, quando il Consiglio regionale approvò l’ordine del giorno che recepiva una proposta del presidente del Consiglio, il democristiano Emilio Colombo: Catanzaro ricevette la sede della Giunta e il titolo di capoluogo mentre a Reggio fu destinata la sede dell’Assemblea; fu confermata l’indicazione di Cosenza a sede universitaria e l’assegnazione di stabilimenti industriali, in particolare il V centro siderurgico, alla provincia reggina. La contesa per il capoluogo tra Reggio e Catanzaro, d’altronde, era inscindibile da un’ampia controversia di natura territoriale sulle opportunità di sviluppo offerte dal governo, che risulta presente in Calabria con più marcate profondità temporale e articolazione spaziale.</p>
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<p><strong>La lunga disputa per il capoluogo</strong> era iniziata addirittura nel 1947 [Sergi 2000], quando l’ordinamento regionale era solo un progetto al vaglio della Costituente, e aveva coinvolto anche il terzo capoluogo di provincia, Cosenza, defilata nel 1970 poiché interessata all’indicazione quale sede universitaria. Un’altra disputa si era profilata già nel secondo dopoguerra, accanto a quella per il capoluogo, quando l’ordine degli avvocati catanzarese si era mobilitato contro l’«inizio di un subdolo movimento tendente a staccare dalla Corte di Appello di Catanzaro altro o altri tribunali viciniori [il timore era riferito ai fori di Palmi e di Locri, siti nella provincia reggina, Nda] allo scopo di poter dar vita alla grama Sezione della Corte di Appello di Reggio» [Acs, Mi, Gab., perm., H. Uffici, 1950-52, b. 232, fasc. 92/h, documento Per la Corte d’Appello di Catanzaro del 13 gennaio 1949]. Si trattava dell’espressione più emblematica del «ricorrente conflitto sugli uffici direzionali di vecchia o nuova istituzione» [Cingari 1988, 370] in cui si sarebbe espresso l’antagonismo tra i maggiori centri urbani della Calabria, in particolare Reggio e Catanzaro, nei decenni seguenti, mentre la disputa per il capoluogo si sarebbe spenta con l’accantonamento delle Regioni a statuto ordinario. Infatti, la questione della corte d’Appello fu ripresa alla fine degli anni Cinquanta da parte reggina, all’interno di un più ampio e «profondo malcontento degli ambienti politici, economici, sindacali e forensi per la mancata soluzione da parte delle autorità centrali dei più importanti problemi del capoluogo e della provincia»[Asrc, Pref., Uv, b. 22,rapporto del gruppo carabinieri di Reggio del 31 gennaio 1959]. L’elenco era ampio: dall’ammodernamento del porto e dell’aeroporto, minacciati di marginalizzazione e abbandono, all’ampliamento della rete ferroviaria e stradale; da una più stabile industrializzazione al rapido compimento dei progetti di bonifica idraulico-forestale dell’Aspromonte; fino all’edilizia popolare e all’acquedotto.</p>
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<p><strong>Una fitta trama di simili istanze</strong> di natura territoriale, non necessariamente contrastanti, era alla base della competizione coinvolgente anche altre città e province prima della rivolta del 1970. Questo è lo scenario in cui si svolse, a partire dal 1968, la disputa tra Cosenza e Lamezia Terme per la sede dell’ateneo della Calabria. E, sebbene non si espresse in forme conflittuali di rilievo, anche la questione degli investimenti industriali – in particolare del V centro siderurgico – interessò diverse zone della Calabria, tra cui la Locride, facendo emergere tensioni infraprovinciali con Reggio. A questo proposito, il ministro democristiano cosentino Riccardo Misasi ha rivelato – vent’anni dopo la rivolta – di aver assunto un’iniziativa per convincere i catanzaresi dell’opportunità di concedere il capoluogo a Reggio, «in cambio di una concentrazione delle attività industriali-manifatturiere nella fascia centrale della Calabria, da Crotone sino a Lamezia Terme». Un progetto che non fu reso pubblico perché avrebbe potuto creare, secondo Misasi, nuove spaccature tra la gente di Calabria. Lo schematismo proprio dei momenti sempre più semplificanti […] probabilmente avrebbe generato tanti altri fenomeni di “boia chi molla”. Avremmo potuto avere una divisione, o un’insorgenza a Lamezia o a Crotone, luoghi dove nella mia ipotesi, poteva, ad esempio essere prevista l’ubicazione del quinto centro siderurgico. Avremmo potuto, cioè, dividere la Calabria in quattro cinque pezzi: Reggio contro Catanzaro e viceversa; Crotone e Lamezia contro Catanzaro e magari a favore di Reggio; Gioia Tauro e i centri della Piana con Catanzaro e contro Reggio [Sgroj 1991, 211].</p>
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<p><strong>Esisteva, dunque, la consapevolezza</strong> degli effetti laceranti che le rivendicazioni territoriali e i conflitti infraregionali concentratisi nel momento di costituzione della Regione nel 1970 potevano avere sull’unità della Calabria, che storicamente possedeva un’identità regionale plurima e perciò debole. Era nota, infatti, la lunga durata della quasi incomunicabilità tra le varie Calabrie così diverse per tradizione storica, struttura economica, articolazione sociale. Dalla prima alla seconda Pro-Calabria [leggi speciali rispettivamente di inizio Novecento e degli anni Cinquanta, Nda] non erano mancate ragioni di contrasto, è già attorno all’ente preposto all’erogazione dei mutui per la ricostruzione [dopo il terremoto di Reggio e Messina del 1908, Nda], istituito prima a Catanzaro e poi tripartito, le polemiche tra Chimirri e De Nava [esponenti governativi dell’età liberale, rispettivamente di Catanzaro e Reggio, Nda] non erano passate senza effetti sulla costituzione morale delle rispettive popolazioni. I contrasti si erano ravvivati dopo il terremoto e al momento dell’introduzione della circoscrizione regionale. Né si erano abbassati sotto il fascismo per l’istituzione a Catanzaro di altri uffici [Cingari 1982, 379].</p>
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<p><strong>Il problema non era soltanto calabrese</strong>, sebbene in quel caso si presentasse più accentuato, giacché «neanche le Regioni di cui si può supporre l’unità in quanto evidentemente segnate dalla geografia fisica nel loro isolamento dal resto del territorio, risultano poi così “unitarie” se analizzate da altri punti di vista», ha sottolineato Marco De Nicolò [2006, 13], citando il caso siciliano. Inoltre, negli anni Settanta alcune ragioni strutturali di disgregazione apparivano ormai superate o in via di superamento, per i molteplici effetti dei processi di nazionalizzazione e modernizzazione: l’omologazione linguistica e culturale, dovuta alla scolarizzazione di massa e alle diffusione dei mass media; l’integrazione infrastrutturale e lo spopolamento delle campagne; la convergenza verso un modello di crescita economica urbano basato sul binomio edilizia-terziario. Ciò che rimaneva principale fonte di divergenza e di indebolimento dell’identità regionale erano le scelte di localizzazione delle risorse erogate dal centro e degli interventi governativi in genere, di cui Cingari attesta la portata secolare con i riferimenti all’età liberale e a quella fascista. Un terreno su cui la Regione avrebbe potuto svolgere un’utile funzione compositiva e che, invece, portò nuova linfa alla conflittualità territoriale, richiamando così le dirette responsabilità del ceto politico calabrese, in particolare quello incaricato di funzioni di governo a livello nazionale e locale.</p>
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<p><strong>Il localismo del ceto politico calabrese.</strong> Le rappresentanze politiche e amministrative di tutti i territori calabresi riconobbero pubblicamente la necessità di assumere un’ottica regionalistica nella risoluzione delle questioni poste dalla rivolta di Reggio. Furono generalizzate e reciproche le esortazioni ad attenersi alla formula della “visione globale e contestuale”, a un criterio di scelta che tenesse conto allo stesso tempo delle esigenze di sviluppo dell’intera regione e dei contesti territoriali più adeguati ad attuarle, secondo una logica unitaria e insieme rispettosa dei diversi interessi locali. In questa prospettiva, prima della rivolta, il Consiglio comunale di Reggio, quasi all’unanimità, aveva proposto un confronto ampio e rappresentativo, magari comprendente «tutti gli eletti della Regione» [Asrc, Pref., Uv, b. 416, Odg del Consiglio comunale di Reggio del 21 marzo 1969], di ogni ordine e grado, delle tre province calabresi. Ma un’assise plenaria di questo genere non fu mai nemmeno tentata.</p>
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<p><strong>Prevalse, invece, il metodo</strong> – più consueto e pragmatico – di un confronto tra le forze politiche di governo (Dc, Psi, Psu e Pri), cercando una soluzione innanzitutto all’interno dei singoli partiti e quindi della coalizione, in base alla gerarchia di responsabilità corrispondente al peso specifico a livello regionale e nazionale. Si tentò di comporre le fratture, presenti principalmente all’interno del partito di maggioranza relativa, mediante l’apertura di una trattativa tra le dirigenze locali mediata dai vertici nazionali. La difficoltà di trovare un compromesso con questo metodo si evince dal verbale di una riunione tenuta a metà gennaio 1970 presso la segreteria politica della Dc, sotto la presidenza del responsabile nazionale per gli enti locali e alla presenza del commissario regionale, durante la quale i segretari delle tre province si limitarono a porre le proprie istanze territoriali irriducibilmente concorrenti [Is, Dc, Sp “Forlani”, Cop, sc. 199, fasc. 2, verbale della riunione del 14 gennaio 1970].</p>
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<p><strong>Gli archivi democristiani offrono</strong> altre prove della scarsa volontà di tradurre in concreto i proclami di regionalismo da parte del ceto politico calabrese, più eloquenti proprio perché espresse nella fase precedente allo scoppio della rivolta di Reggio, in cui non erano intervenuti altri fattori condizionanti come la violenza di piazza. A margine dei colloqui ufficiali, si attivò un canale più riservato di comunicazione tra le diverse periferie della Dc e il centro del partito, mediante appelli e reclami che rivelano l’incapacità di abbandonare una visione localistica da parte di esponenti di tutti i territori. Ne sono un esempio la lettera inviata al segretario politico nazionale dal presidente della Provincia di Catanzaro, per chiedere l’impegno – oltre che a «mantenere» il capoluogo a Catanzaro – ad adoperarsi affinché «l’Università anche se in provincia di Cosenza venga ubicata in zona il più possibile vicina alla piana lametina» [Is, Dc, Sp “Forlani”, Cop, sc. 199, fasc. 2, lettera del 20 gennaio 1970)], e da un consigliere nazionale della Dc di Cosenza, che esprimeva il proprio rammarico per i ripetuti rinvii dell’indicazione della sede universitaria, ritenuta favorevole alla propria città [Is, Dc, Sp “Forlani”, Cop, sc. 199, fasc. 2, lettera del 28 gennaio 1970]. Altrettanto indicativa la lettera personale di un senatore democristiano, ex presidente della provincia di Catanzaro, a un giornalista reggino per esprimergli il consenso a tutte le argomentazioni esposte a sostegno della tesi giusta che indica la piana Lametina, scartando la Montagna Cosentina [come sede dell’ateneo, Nda]. Mi auguro anche io che una intesa tra le due Province di Catanzaro e di Reggio Calabria valga a fuggire il pericolo di una soluzione pregiudizievole per l’intera Regione. Il Ministro […] ha dichiarato che soluzione da noi caldeggiata sarebbe più costosa e di più difficile realizzazione: evidentemente preferisce la montagna… per fare una cosa più modesta, meno costosa certamente, a carattere provinciale o addirittura intercomunale! [Asrc, Fp “La Tella”, carteggio, b. 1, lettera del 7 novembre 1969].</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il senatore di Catanzaro</strong>, pur appellandosi al principio di utilità generale, accantonava il criterio della contestualità, caldeggiando una scelta ritenuta «più costosa e di difficile realizzazione», e soprattutto non nascondeva un’impostazione in termini di alleanza tra le province piuttosto che di “confronto globale”. Riguardo all’ateneo, le spinte localistiche erano parse allontanarsi con la scelta del modello accentrato in un unico campus residenziale, che sin dall’inizio degli anni Sessanta si era presentato alternativo all’assetto organizzativo a facoltà decentrate in diverse zone della Calabria. Tuttavia, la scelta della sede aveva prodotto notevoli fratture, in particolare tra gli esponenti democristiani di Cosenza e di Lamezia, tali da pesare nella vita regionale del partito, secondo la «Gazzeta del Sud», più dell’abituale lotta fra correnti [Rischia una altro rinvio 1970].</p>
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<p><strong>Rispetto al capoluogo e all’università</strong>, la scelta di localizzazione delle industrie poneva vincoli tecnici che potevano costituire più solidi criteri per l’assegnazione, rendendo subordinate e meno incisive le istanze localistiche. Eppure si crearono divisioni ancora più capillari, all’interno della stessa provincia reggina, con gli amministratori democristiani della Locride, che, in base al principio della “soluzione globale e contestuale dei problemi della regione”, chiedevano la collocazione del centro siderurgico nella loro area, dichiarandosi indifferenti alla designazione capoluogo [Reggio capoluogo non risolverà 1970; I consiglieri comunali dc di Gioiosa I. sconfessati 1970].</p>
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<p><strong>Insomma, l’intero ceto politico calabrese</strong> pronunciava dichiarazioni regionaliste senza mostrarsi disposto a cedere sui “diritti” inalienabili del proprio territorio. Questa contraddizione si manifestò in particolare nella Dc, che non riuscì mai a rappresentare una posizione unitaria a livello regionale o nazionale. Lo schema prevalente all’interno della Dc fu quello della frammentazione territoriale di rappresentanti e dirigenti locali, impegnati in tentativi di pressioni – regolati solo secondariamente dalla dialettica tra le correnti [Caligiuri 1994] – sui vertici nazionali esitanti e inefficaci. In genere, però, in tutte le compagini politiche si avvertì una forte tensione tra le varie periferie e rispetto al centro: gli esponenti dei partiti minori (Psu, Pli, Pri) si schierarono ciascuno per gli interessi del proprio territorio, riuscendo raramente a proiettare la propria posizione a livello regionale e nazionale. Nonostante il sostegno nazionale alla protesta reggina, anche il Msi apparve diviso a livello regionale [Cfr. Polimeni 1996; Nunnari 2000].</p>
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<p><strong>Il Psi, principale alleato di governo</strong> della Dc, vantò una posizione unitaria e regionalista, sebbene a Reggio si registrarono polemiche, espulsioni, dissensi di intellettuali e figure storiche del socialismo reggino. In effetti, fino a poco prima dell’esplosione della rivolta, esponenti del partito socialista reggino avevano preso parte a iniziative pro capoluogo e in seguito sostennero – secondo un’analoga logica localistica – la richiesta del V centro siderurgico, sottratto alla Sicilia, con la conseguenza delle dimissioni della giunta regionale isolana [In crisi in Sicilia il governo regionale 1970]. Sebbene sia difficile una verifica, è probabile che il raggiungimento di una posizione unitaria del Psi fosse il risultato delle gerarchie interne, al cui vertice era il segretario nazionale e cosentino Giacomo Mancini, piuttosto che di una genuina ottica regionalista. D’altronde, proprio Mancini, da ministro dei Lavori pubblici, aveva influenzato la scelta di localizzazione dell’autostrada A3 Salerno-Reggio a favore di un tracciato interno e montuoso, più disagiato e dispendioso di quello costiero e pianeggiante, che avrebbe però inglobato nel percorso la città di Cosenza, offrendole prospettive di crescita di sicuro ritorno elettorale [D’Antone 2007].</p>
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<p><strong>Anche il Pci, come il Psi,</strong> ostentò una posizione unitaria, interpretando la rivolta anche come manovra antiregionalista, in cui emergeva una deleteria visione dell’ente e del ruolo di capoluogo: «La Calabria non ha bisogno di una “capitale” […] che si riduca in sostanza in un centro burocratico e di potere al servizio dei gruppi clientelari della Dc, del Psu e delle destre» [Asrc, Pref., Uv, b. 304, manifesto della federazione reggina del Pci, Difendiamo Reggio e i suoi interessi!]. In realtà, appare forzato l’accostamento dei gruppi della Dc e del Psu al Msi, difficilmente imputabile di interesse al mantenimento di un sistema di potere clientelare, a cui era oggettivamente estraneo, e tanto meno alla costituzione di una “capitale” burocratica di un ente che continuava ad avversare. Inoltre, il dibattito sull’utilità e le funzione della Regione nel contesto calabrese non fu molto approfondito nemmeno tra i comunisti. A livello nazionale, come dimostra il verbale della riunione della Direzione del 16 ottobre 1970, prevalse la preoccupazione di non assecondare le modalità violente con cui i reggini avevano reclamato il capoluogo, accompagnata però a una notevole confusione sull’atteggiamento tenuto verso i contrasti territoriali che le avevano prodotte, come mostrano i dubbi di Umberto Terracini: «La nostra scelta era già fatta? Eravamo per Catanzaro? Su quali fondamenti? […]. Adesso è divenuta una questione nazionale. Io non mi spaventerei di dire: Catanzaro. […]. Reggio mi pareva che venisse di per sé. Io non ho prevenzioni verso questa o quella» [Fg, Pci, Direzione, 1970, mf. 3, verbale del 16 ottobre 1970, p. 1377]. A questo proposito, i ferrovieri comunisti avevano denunciato il «fatto che, alle spalle della base e senza che questa fosse lontanamente informata e messa in condizione di discutere, da compagni responsabili sul piano regionale, si era convenuto ad appoggi per Catanzaro Capoluogo» [Fg, Pci, Rp, mf . 70, lettera della cellula del deposito locomotive del 29 settembre 1970, pp. 69-71]. D’altronde, a distanza di anni, un dirigente reggino ha riconosciuto la propria «subalternità […] verso i compagni delle altre due province sia per il loro passato politico sia anche per la loro preparazione […] ivi compresa la posizione economica di alcuni» [Stillittano 2005, 31].</p>
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<p><strong>Di certo, anche la posizione unitaria</strong> dei comunisti si può ritenere condizionata dal centralismo dell’organizzazione e comunque non immune a una logica localistica, come osservò un “compagno” della federazione di Prato, in seguito a una breve permanenza reggina, riferendosi alle riserve mentali, che venivano ad esprimersi soprattutto nel gruppo dirigente del nostro Partito, riserve che avevano, secondo il mio parere, origine in una serie di equivoci non chiariti in tempo utile attorno al Capoluogo. […]. È mia opinione che ad alimentare questa riserva ed equivoco abbia contribuito anche la Direzione del nostro Partito oltre agli Organi Regionali, significativa è in proposito la posizione assunta relativamente all’articolazione della Giunta per dipartimenti, la cui sede di questi ultimi doveva essere collocata nei tre capoluoghi di Provincia. Posizione che appare non solo un obbrobrio sul piano funzionale e politico, in quanto assurdo sarebbe stato dividere l’organo esecutivo e disarticolarlo, ma anche sul piano strettamente politico: una tale posizione, invece di respingere, alimentava posizioni di carattere provincialistico [Fg, Pci, classificati, 1970, b. 199, fasc. 163, nota dell’1 marzo 1971].</p>
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<p><strong>Conclusioni. Il contesto in cui esplose</strong> la rivolta di Reggio del 1970 appare fortemente segnato dal dato strutturale di una diffusa domanda politica di natura territoriale, che si manifestava in modo carsico da decenni, determinando in tutta la Calabria la prevalenza di un logica localistica della politica, perlopiù promossa, sostenuta e assecondata dai partiti di governo e non sempre soltanto subita da quelli d’opposizione. A tale proposoito, i volantini e i manifesti circolanti durante la protesta reggina sono inequivocabili: chi sostenne la rivendicazione del capoluogo, ma pure chi la avversò, si rivolse sempre ai «reggini» o ai «cittadini» di Reggio, indicando la giusta via per la tutela degli «interessi della città». Non si trattava del fardello di un’arretratezza atavica né di una questione specificatamente calabrese, giacché – come rilevato da Salvatore Lupo – la rivolta di Reggio «appare ai contemporanei come il residuo di un lontano passato, in controtendenza con quanto di moderno esiste in Italia. Essa può invece essere letta come un prodotto del disintegrarsi delle rivendicazioni politiche collettive in mille rivoli settoriali, che si realizzerà nel periodo seguente» [Lupo 1994, 85]. Simili rivendicazioni «settoriali» o meglio, in questo caso, territoriali erano state generate, in diverse parti d’Italia e non solo al Sud, proprio dal timore di esserne marginalizzati ed esclusi dai progressi compiuti dal Paese nei decenni del boom [Crainz 2003, 88-94 e 470-480]. Era stato il processo di modernizzazione economica e sociale degli anni Sessanta ad alimentare ulteriormente la competizione tra territori per accaparrarsi le opportunità di sviluppo e i benefici offerti dal governo nazionale (università, investimenti industriali, ecc.) a una regione periferica e dipendente come la Calabria. Ma proprio una riforma innovativa come la costruzione di un livello di governo regionale, più ravvicinato, che avrebbe potuto soddisfare meglio tali rivendicazioni e risolvere questi conflitti, produsse il “corto circuito”. Ciò perché, come ha spiegato il sociologo Piero Fantozzi, il decentramento regionale era destinato, inevitabilmente, ad evidenziare gli squilibri strutturali interni alle regioni ed inoltre aggiungere, al tradizionale rapporto Nord-Sud, la nuova dinamica delle relazioni tra Sud e Sud. In precedenza, la forza delle rappresentanze politiche locali si era misurata soprattutto nei rapporti periferia-centro, cioè nei legami e nella capacità di contrattazione con il centro del sistema economico ed istituzionale, e solo secondariamente era venuta a confronto con le realtà circostanti. L’autonomia regionale imponeva, viceversa, un nuovo tipo di mediazione e la ridefinizione dei meccanismi politici destinati ad influire sulle decisioni istituzionali. In una realtà clientelare, dove il connubio clientela-consenso si articolava prioritariamente su appartenenze territoriali definite, diventava necessario tessere alleanze inter-locali, rivolte ad attutire le contraddizioni inevitabili in un sistema istituzionale che, altrimenti, avrebbero sviluppato alcune aree sub-regionali ai danni di altre [1993, 102-103].</p>
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<p><strong>La regionalizzazione, che non poteva</strong> che risultare condizionata dal contesto d’applicazione, ebbe in Calabria un effetto controproducente, poiché trasferì in quella nuova dimensione di responsabilità politica e amministrativa le molteplici tensioni territoriali già presenti, fino ad allora gestite in un rapporto verticale tra singola periferia e centro del sistema politico e istituzionale, ponendole direttamente in competizione e quindi esasperandole. Quando le rappresentanze dei territori calabresi dovettero confrontarsi direttamente aumentarono le difficoltà di giungere a una soluzione, a una mediazione pur particolaristica e clientelare, come era stato possibile per i precedenti decenni. In Calabria, come in Abruzzo, dove si svolse un’analoga contesa per il capoluogo e che sembra – in base alle prime ricognizioni scientifiche [Loreto, 2007] – un caso simile e comparabile, le conseguenze conflittuali di questo passaggio politico e istituzionale furono facilitate dalla storica debolezza dell’identità regionale e stimolate dal tenace localismo del ceto politico. In realtà, non appare esclusivo di questi contesti regionali un ruolo dei partiti «come propagatori del localismo e del particolarismo», riconducibile ad esempio alle procedure elettorali, che fanno coincidere ciascuna provincia con una circoscrizione, producendo «il controllo localistico delle candidature e dell’articolazione del voto di preferenza» e incentivando «i contatti localistici degli eletti o degli aspiranti ad un seggio nel consiglio regionale» [Lanza 1987, 210]. Il fatto che queste considerazioni siano riferite alla Sicilia, d’altronde, dimostra come il localismo possa coesistere con il regionalismo. In virtù di ciò, la rivolta di Reggio del 1970 può essere considerata il caso più estremo delle difficoltà incontrate nel creare una classe politica e un livello di governo su scala regionale, contraddistinto dall’incapacità del ceto politico calabrese di far prevalere un’ottica regionalistica su quella localistica.</p>
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<p>Rischia una altro rinvio il congresso regionale della Dc 1970, «Gazzetta del Sud», 30 gennaio 1970.</p>
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