www.calabriaora.it 16/03/2011 REGGIO CALABRIA Comandavanotutto loro e avevano ogni cosasotto controllo. Dagli appalti pubblicial controllo sociale. E’ lo spaccatoche emerge dall’indagine cheha portato all’operazione “Scaccomatto” condotta ieri dalla Polizia diStato contro 35 soggetti affiliati o vicinialla cosca Longo di Polistena. Ilprimo dato che emerge è la confermadell’esistenza di una società di’ndrangheta a Polistena, il cui capoè Vincenzo Longo, che ne ha assuntola reggenza dopo l’omicidio diGiovanni Longo “u signurinu” avvenutonel 2001. E’ in carcere dalluglio scorso, colpito dall’operazione“Il Crimine”. In quel contesto il bossdon Mico Oppedisano parla di luiaffermando «tutto quello che hagliel’ho dato io».Nell’operazione di ieri sono finitiin manette anche la moglie MariaRosa Grimaldi e il figlio Rocco di 21anni. Entrambi sarebbero stati ambasciatoridi messaggi che dal carceredovevano raggiungere l’esterno.La donna inoltre avrebbe avuto, secondol’accusa, il ruolo di cassieradel sodalizio criminale. Una delle vicendepiù significative su cui lasquadra mobile, gli uomini del commissariatodi Polistena e dello Scohanno investigato è quella relativa ailavori di completamento del poloscolastico “G. Renda” di Polistena.L’appalto era stato aggiudicato all’associazionetemporanea di impresecapeggiata dalla Gival di Fondi(Latina). Inizialmente per il nolo dialcuni mezzi era stato contattatol’imprenditore testimone di giustiziaGaetano Saffioti.Dopo appena due giorni la societàlaziale fa un passo indietro e nonchiede più i mezzi all’impresa, masi rivolge ad altre ditte che farebberocapo alla famiglia Longo. Geometraresponsabile della Gival è AntonioCiccarelli, 61enne ex consiglierecomunale di Fondi in quota ForzaItalia – Pdl dimessosi nel maggio2009. Avrebbe stretto un vero e propriopatto insieme all’amministratoreunico della società Gival, FrancescoPalermo (61 anni nativo diBattipaglia in provincia di Salerno),all’altro geometra Gianluca Calzaretta(39 anni nativo di Eboli, Salerno)e all’assistente di cantiere FrancescoGuarini (26 anni di Battipiaglia).Per questo sono stati arrestaticon l’accusa di concorso esterno inassociazione mafiosa. L’operazioneha interessato, oltre a Latina, le cittàdi Roma, Arezzo, Padova e Salerno.Sono stati sequestrati beni stimatiin 30 milioni di euro, tra cui lasocietà Gival srl, altre nove imprese,un istituto di investigazione privata,due esercizi commerciali, due fabbricatie il night club Femina di Cinquefrondi.Il gip Tommasina Cotroneonell’ordinanza di custodia cautelarericorda le parole che il giudiceAgostino Cordova scrisse nel1978 nell’ordinanza di rinvio a giudiziodi diversi esponenti mafiosi:«Il fatto che in una zona impregnatadi mafia fino alla saturazione larealizzazione del porto industriale edell’area per il centro siderurgico diGioia Tauro sia stata iniziata e continuisenza che le imprese abbianoricevuto il minimo fastidio è indiceindiscutibile che vi siano stati patteggiamentipreventivi tra gli imprenditoried i mafiosi, parassitarisoci di fatto in qualsiasi attività nelcampo dell’edilizia pubblica».A quell’epoca la cosca era rurale,con la carismatica del vecchio bossLuigi Longo. Poi ha allargato i suoiinteressi «adottando – spiegano gliinvestigatori – un sistema di estorsionicontinuate e aggravata conparticolare incidenza nei cantieridell’allora costruenda S. G. C. Jonio-Tirreno, analogo modus operandi èstato seguito nella realizzazione delladiga sul fiume Metramo, non disdegnanoovviamente appalti pubblicilocali e, tra questi ultimi, campeggiasu tutti il c.d. “affare Vecchio”relativo alla costruzione del nuovoMunicipio di Polistena». Ndranghetasempre più imprenditrice.
Riconosciuta la “società“
www.calabriaora.it 16/03/2011 (a.i.) «E’ la prima volta che viene fatta un’operazioneorganica e massiccia a Polistena».Il questore di Reggio, Carmelo Casabona,enfatizza l’importanza degli arresti eseguitinell’operazione “Scacco matto” perché èstato sgominato un gruppo che dalla «tradizionedi ’ndrangheta con l’imposizionedella guardiania negli ultimi anni si è dedicatoad attività imprenditoriali». Elementoche viene confermato ancora unavolta, ha ribadito il procuratore GiuseppePignatone, è l’unitarietà della ’ndrangheta.Le indagini in parte hanno preso le mosseda elementi già conosciuti, che sono statiintegrati con nuove risultanze investigative.Il ruolo di Vincenzo Longo era emersanell’operazione “Il Crimine”. «Le intercettazioniambientali all’interno della lavanderiadi Giuseppe Commisso e altri dialoghi- ha affermato il procuratore – confermanoil ruolo di Vincenzo Longo come caposocietà di Polistena, finora mai consacratoin sede di giudizio». Intanto di certoc’è «il riconoscimento della società di’ndrangheta di Polistena», ha sostenuto ilprocuratore aggiunto Michele Prestipino.«Bene ha fatto il gip a parlare di patto collusivo», sottolinea Prestipino, che ha raccontatoalcuni significativi episodi tra cuiquello dei sospetti su un ristoratore cheavrebbe fatto la soffiata sulla detenzionedi armi della cosca, costata il carcere a unsoggetto arrestato nel 2007. Quest’ultimoin un colloquio in carcere si informa sugliaffari di due pizzerie, una delle quali di proprietàdel sospettato. Nonostante in realtàdalle indagini non sono emerse responsabilitàdi questo soggetto per il ritrovamentodell’arsenale, la rappresaglia è stata dura.L’ordine era non andare in quella pizzeriae in effetti a distanza di tempo gli affariandavano male. Da questo episodio sievince il controllo sociale sul territorio. Cosìcome allungavano i tentacoli sul settorepubblico. «Non c’era appalto che non passassesotto la cosca», ha riferito il dirigentedella squadra mobile, Renato Cortese.L’ex dirigente del commissariato di PolistenaFrancesco Giordano (oggi in forzealla squadra mobile, sostituito lo scorso dicembreda Pierfranco Amati) ha riportatoaltri episodi. Come quando avvenivano ifurti senza il beneplacito della cosca. Esistevaun tribunale interno che convocavai sospettati per scoprire gli autori e frenarele azioni non avallate e controllate.
Cosi gestivano tutti i business
www.calabriaora.it 16/03/2011 (Vimp) A me mi risulta mi risultava che perquanto riguardava il territorio che controllavala famiglia Longo se succedeva furtoo succedeva rapina o succedeva omicidioo succedeva estorsioni o succedeva chec’era un grosso appalto un’opera pubblicadovevano dare conto ai Longo. Quindipossiamo dividere queste due zone: Alloraloro la dividevano con a ndrangheta duponti e a ndrangheta da sciumara (la’ndranghete del ponte e la ’ndranghetadelle fiumara) praticamente du ponti sarebbedove abitavano i Longhi Dal pontea venire giù erano da parte diciamo dellafiumara dove controllavano i Versace». Adescrivere le dinamiche di ’ndranghetache governano la città di Polistena ci pensail collaboratore di giustizia GirolamoMimmo Bruzzese che, interrogato dalpubblico ministero Marco Colamonici,spiega le spartizioni degli affari da partedel clan che si era impadronito di Polistena.Bruzzese è considerato dagli inquirenticome un collaboratore affidabile e conuna conoscenza della mafia decisamenteimportante. Bruzzese è stato infatti per unperiodo molto lungo, braccio destro diTeodoro Crea, potentissimo capobastonea Rizziconi, e a Polistena era solito svernaredurante i mesi caldi della sua lunghissimalatitanza – iniziata nel 1995 e terminatasolo nel 2003, dopo il tentato omicidiodel suo vecchio padrino, a cui Bruzzese,per paura che Crea volesse sbarazzarsidi lui, sparò alla nuca senza però riuscirea portare a termine il “lavoro” – protettoda una efficacissima rete di fiancheggiatoriche proprio alle famiglie dei Longo e deiVersace facevano riferimento. «Le famigliesi occupavano di attività illecite quelloche riguarda nel suo territorio se ipoteticoc’è un’opera pubblica loro si occupanodella tangente che deve pagare la dittaper l’opera pubblica se loro hanno attivitàdi movimento terra di autotrasporti e tornoa ripetere pietrisco loro si inserisconosempre con l’accordo dei poi di chi è il reggentedella ditta per esempio il ragionieredella ditta poi loro contattano il geometrao il ragioniere perché poi sono questi stessici venivano a trovare no ormai tanto eraramificata che era divenuta come un obbligoun e allora loro queste ditte sono tuttepilotate». Una verità dai tratti inquietantiper un città di cui i Longo riuscivanoa controllare anche il “respiro”.
Il duplice omicidio Versace segnò l’inizio della faida. Le due famiglie, un tempo unite, in lotta per dividersi il territorio
Il duplice omicidio Versace segnò l’inizio della faida. Le due famiglie, un tempo unite, in lotta per dividersi il territorio
www.calabriaora.it 16/03/2011 Vincenzo Imperitura GIOIA TURO Appalti pubblicie privati gestiti esclusivamente secondoi propri interessi; compravenditadi terreni immobiliari e agricolisu cui avevano sempre l’ultima parola,e poi ancora negozi, bar e ristoranti;nel novero delle numerosissimeattività in cui erano invischiati iLongo di Polistena c’è tutto, o quasi,il campionario degli orrori legato almondo della criminalità organizzatadi questo pezzo di sud.Una cosca quasi “sotterranea”quella dei Longo, che curava i propriaffari senza troppo clamore. E infattia rileggere la storia della potentefamiglia del comprensorio della Piana,sono poche le operazione che lacolpiscono. Nonostante gli omicidi -tanti – i casi di “lupara bianca” e le intimidazionialle aziende e alle attivitàcommerciali della zona infatti iLongo erano quasi sempre riusciti apassare indenni – o quasi – dal setacciodei giudici antimafia. Almeno finoa ieri, quando – proprio nella settimanain cui Polistena celebra igiorni dedicati alle vittime della malavitaorganizzata – la distrettualeantimafia di Reggio ha posto fine alcontrollo feudale che la cosca del capostipiteLuigi – morto come tantiboss di primo rango della ’ndranghetanel suo letto, di morte naturale- esercitava sulla città. Una storiacomplessa quella della famiglia Longo,che all’inizio segue l’iter delleconsorterie della zona con reati prevalentementelegati al mondo dell’agricoltura,per poi passare, sempresotto la guida del carismaticodon Luigi, ai più redditizi affari legatialle estrosioni e al traffico d’armi edi droga. I problemi per la cosca -che dal dopoguerra in avanti continuaa crescere, consolidandosi – nasconoquando un’altra famiglia diPolistena – i Versace – comincia a ritagliarsiuno spazio importante nelpanorama criminale della città, anchegrazie alle “amicizie” pesanti coni Bellocco di Rosarno. Secondo le ricostruzionidei giudici dell’antimafia,gli affari tra il ramo dei Longo equello dei Versace proseguono senzaintoppi tanto da creare un nuovocartello che prende il nome delle duefamiglie. L’idillio tra le due consorterieprosegue fino agli albori deglianni novanta quando il gruppo chefa capo ai Versace (meno numerosorispetto agli amici/rivali dei Longo)comincia a guadagnare terreno.E in questa folle corsa per il consolidamentodel potere sul territorio,i fratelli Antonio, Miche e BiagioVersace cominciano a rivendicaresempre maggiore spazio rispetto aiLongo – a cui sono comunque legati,come nella migliore tradizionedella ’ndrangheta reggina da strettissimilegami parentali – prendendoin mano le redini del clan. Una situazioneche non può stare bene ai Longo.E così, il 17 settembre del 1991,proprio i fratelli Versace sono oggettodi un attentato che lascia vittimeAntonio e Michele, e che ferisce inmodo molto grave Biagio; caduti inun agguato proprio nel loro territoriod’influenza, di fronte al “biju”, illocale gestito proprio dalla famigliaVersace. Il duplice omicidio segneràl’inizio di un periodo nerissimo perla cittadina alle falde d’Aspromonte;nello spazio di 10 anni infatti – finoall’omicidio di Giovanni Longo, u signurinu,all’epoca dei fatti alla guidadel clan – saranno diversi i casi diomicidi, attentati e sparizioni chemacchieranno di sangue le strade diPolistena. Una mattanza che lasceràsul campo una decina di mortiammazzati e un paio di casi di luparabianca, prima di concludersiquando la faida viene “sospesa”, anchegrazie agli auspici delle maggiorifamiglie del comprensorio comegli Alvaro di Sinopoli, i Crea di Rizziconie i Piromalli di Gioia, dividendoil paese in due zone d’influenzaspecifiche; una “du ponti” di direttocontrollo della famiglia Longo, e l’altro“da fiumara” sotto l’influenza delramo dei Versace. Una spartizioneallucinante e che consente a VincenzoLongo di scalare velocemente igradini della gerarchia mafiosa delclan fino a diventarne il capo assoluto.Un personaggio inquietante VincenzoLongo a leggere le intercettazionidell’operazione “Scacco matto”che non viene visto di buon occhionemmeno dal capo criminedon Micu Oppedisano, che raccogliendole lagnanze di uno dei Versace,bolla come «presuntuoso» ilnuovo capobastone di Polistena e gliimputa il fatto di non riuscire a mantenerela tranquillità necessaria nellaLocale, visto che «litiga con tutti,anche con i suoi parenti». Ma VincenzoLongo il posto da capobastonelo pretende: lo sogna da quandorivestiva il ruolo di braccio destro delcugino Giovanni e fa di tutto per ottenerloquando il corpo del parentedeve essere ancora sotterrato. E cosìconvinto che il ruolo di leader debbaessere affidato a lui che non esitaa ridicolizzare il proprio cugino GiovanniGullace – che al momento dellamorte del “signurinu” riveste all’internodel clan un grado apicale –di fronte ad alcuni elementi della cosca.Inizia così la scalata di VincenzoLongo; una scalata che porterà lalocale di Polistena a livelli mai raggiuntiprima e che si concluderà solocon gli arresti di ieri.
«Il potere è lavoro, il lavoro fa parte del potere, se tu non hai potere non puoi lavorare». Le parole di Vincenzo Longo,classe ’63, al cugino Luigi, classe’71, possono essereassurte a manifesto dellamentalità mafiosa che animal’agire “imprenditoriale” dellafamiglia di ndrangheta di Polistena,finita nella giornata diieri nella rete della Dda di ReggioCalabria. Le parole di VincenzoLongo si riferivano ai“Trizzolu”, soprannome deifratelli Milardi, famiglia di imprenditoridi Polistena, chenon avevano «il potere» ergonon potevano impiegare unescavatore per alcuni lavori. Leinformative del commissariatodi Polistena hanno ampiamentedescritto l’intromissione delclan Longo negli appalti pubblicinel territorio comunaledella cittadina della Piana enon solo. È paradigmatica inquesto senso la vicenda dell’appaltoper la costruzione dellascuola superiore “Renda”.Un appalto di 2 milioni e mezzodi euro finanziato dalla Provinciae vinto dalla Gival s.r.l,impresa capogruppo di un’Aticostituita con la ditta “MassarellaGuido”. «Appalto – scrivonogli investigatori – “conquistato”letteralmente dallacosca attraverso il sistema deisub-appalti per servizi e fornitureconferiti ad una pluralitàdi società, ditte ed imprese tuttericonducibili ai principali appartenentialla “famiglia” Longo».Un esempio «paradigmatico» lo definiscono gli inquirentidi «accaparramento di risorsepubbliche realizzato attraversola totale connivenza degliimprenditori privati aggiudicataridell’appalto i quali, per comesi vedrà, lungi dall’assumereil ruolo di vittime della vicenda,pur consapevoli dell’identitàcriminale dei propriinterlocutori, non solo non recedevanodal rapporto economicoinstaurato con gli stessi,preferendoavere “problemicon la leggeche conquesti qua”,ma si adoperavanopertrovare escamotageutili amettere “lecarte a posto”,lamentando,paradossalmente,solo gli eccessivi controllioperati dalla polizia».Movimento terrae affari di famigliaNon solo l’appalto del “Renda”,però. Sono molteplici i casidi infiltrazione della coscaLongo, nel corso del tempo,nell’ambito dei più importantiappalti pubblici assegnati sulterritorio. Infiltrazione perpetrataanche attraverso gli stessipersonaggi coinvolti nell’inchiestadi ieri.Gli affari della famiglia incrocianogli appalti per la costruzionedella Strada grandecomunicazione Jonio-Tirreno,per la realizzazione della digasul fiume Metramo e, soprattutto,quelli che sfociarono nelcosiddetto “affare Vecchio”, relativoall’esecuzione dell’appaltoper la costruzione della nuovasede municipale di Polistenalavoro aggiudicato dalla dittadi Vecchio Giuseppe, il qualefu vittima di estorsioni minacceed attentati, al punto chei mezzi della ditta erano costrettia viaggiare scortati dalleforze dell’ordine. Fino ad arrivareal recentecoinvolgimentonelgrande affaredell’autostradaA3 Sa-Rc,per comeemerso nell’operazionedi polizia denominata“Arca”.L’affaire “Renda”In riferimento ai lavori dicompletamento del polo scolasticodell’istituto superiore“Renda” di Polistena, per gli inquirentila figura centrale dellavicenda è Gianluca Calzaretta,geometra alle dipendenzedella ditta Gival. Calzaretta, percome chiaramente dichiaratodallo stesso, si era affidato intoto a Vincenzo Longo, cl. ’63,divenendo quest’ultimo da subitoil referente principale sulcampo per l’esecuzione dei lavoriappaltati dalla provincia,«deus ex machina» – scrivonogli investigatori – dell’appaltodal punto di vista pratico deilavori. Nella “storiaccia” dell’appaltodel “Renda” rientra,suo malgrado, Gaetano Saffiori,imprenditore e testimone digiustizia contattato in un primomomento per dei lavori epoi praticamente scaricato daCalzaretta in favore dei Longo,non perché i suoi prezzi, si giustificavacon la polizia il ragioniere,erano «economicamentepiù vantaggiosi», ma perchéuomo vicino alla magistraturae quindi inviso alle cosche. Lapresunta economicità dei Longo,per altro, è smentita dagliinvestigatori dopo la perquisizioneagli uffici della ditta nelcantiere di Polistena. Operazioneche fece emergere la totaleassenza di contratti tral’azienda appaltatrice e i Longoe l’infiltrazione mafiosa del localeclan nell’appalto.In proposito, Saffioti in sededi escussione, aveva anche asseritoche anche nei pochi casiche era stato chiamato a lavorare«il materiale di risulta èstato caricato su camion di altreditte, sebbene anche io nedisponga». I motivi per cui Saffiotiera stato richiamato sarebberostati spiegati da Calzarettaa all’imprenditore, dopo la“visita” della polizia in cantiere.«Per non avere ulteriori problemi– riferisce Saffioti – (Calzaretta,ndr) si sarebbe tenuto“un po’ qua e un po’ là”, intendendoche avrebbe richiesto leprestazioni per un verso aiLongo e per l’altro a me».
Quando la ndranghetadiventa imprenditrice. Il potere del clan Longo sugli appalti pubblici della Piana. Don De Masi:Polistena non èun’isola felice
www.calabriaora.it 16/03/2011 POLISTENA (RC)«L’operazione di ieri dimostraconcretamente,soprattutto a chi era ormaiquasi sfiduciato, la capacitàda parte dello Statodi intervenire in modo serioe concreto. Un graziesentito, dunque, alle forzedell’ordine e della magistratura». È quanto afferma,in una nota, don PinoDemasi, arciprete di Polistenae referente dell’associazioneLibera per la Pianadi Gioia Tauro. «Ma dimostraanche purtoppo -prosegue don Demasi -che Polistena non è quell’isolafelice che da piùparti si tenta di sbandierare.Da diversi anni ed indiverse occasioni lo abbiamoaffermato senza averavuto paura di affrontarel’onta dei “benpensanti diturno” che ci accusavanodi “deturpare” l’immaginedella citta”. Dobbiamoprendere atto di questo econtinuare ad ogni livelloa reagire».«Certo il cammino – sostieneancora il sacerdote- è tutto in salita; c’è moltastrada da fare a livelloindividuale e comunitario,nella famiglia, nella comunitàecclesiale e nella societàcivile. Ma la sfida staproprio qui: nella capacitàdi costruire la “società delnoi”, del “fare insieme nelquotidiano”. È questo ilprimo ed indispensabileanticorpo della ndrangheta».reazioni
La soggezione di Ciccarelli alle regole della mafia
www.calabriaora.it 16/03/2011 fral POLISTENA (RC) Il calcestruzzo dei Longo costa 14 euroin più di quello di Saffioti? Certo, loro ti offrono un servizio chegli altri imprenditori non possono offrirti: la sicurezza che neltuo cantiere non succederà nulla di “spiacevole”. A questa regolatanto semplice quanto perentoria si sarebbe attenuto AntonioCiccarelli ex consigliere comunale di Fondi in quota Fi- Pdl.Insieme al geometra Calzaretta, all’amministratore unico Gival,Francesco Palermo e all’assistente di cantiere Francesco Guariniavrebbero favorito l’assegnazione di lavori un subappalto efornitura di calcestruzzo e altri materiali ai Longo per l’appaltodel “Renda” coscienti del “peso” della famiglia di ndranghetapolistenese. Dalle intercettazioni si evince la soggezione degli imprenditorivenuti da fuori nei confronti dei Longo. Atteggiamentoche il gip Cotroneo vivisezione nella parte dell’ordinanzanella quale commenta le indagini riportando anche stralci diconversazione tra Ciccarelli e Guarini in cui quest’ultimo definisceVincenzo Longo «un compagno».Questo dialogo, a detta del Gip, fornisce la prova inattaccabiledell’abbraccio mafioso tra l’impresa appaltatrice e la coscaLongo fosse stabile e forte e della consapevolezza in capo al Ciccarellidell’instaurarsi di questo rapporto privilegiato ed esclusivocon Longo Vincenzo e della sua prosecuzione».
Anche night club tra le aziende sequestrate. Gli affiliati della consorteria gestivano il divertimento “piccante” della zona
www.calabriaora.it 16/03/2011 Nella lista delle aziende sequestrateal potente clan deiLongo di Polistena, sono principalmentele aziende che si occupanodi movimento terra edi lavori edilizi a fare la partedel leone, ma al di là delle “solite”attività lucrative con lequali le consorterie di ’ndranghetalavano i proventi delle attivitàcriminali, a richiamarel’attenzione sono alcuni campieconomici finora poco conosciuticome appetibili per lamafia di queste latitudini. E se,l’indagine Redux qualche giornofa ha smascherato il predominiodei clan calabresi nellagestione di alcuni locali notturnidel milanese, anche in questopezzo di sud il divertimento“piccante” finisce per essereassoggettato al volere dei clan.Come nel caso del night club“Femina” di Cinquefrondi,azienda riconducibile alla società“Denude”; il club sul cuipalco si esibivano spogliarellistee lapdancer voluto e gestitodirettamente da GiuseppeSquillace (nella foto) e da Francesco“Ciccio Mazzetta” Longo.E se i riscontri in soldoni diquesta nuova attività economicafanno gola al clan, l’oggettodello stesso affare – e cioè ledonne che ballano attorno adun palo, promettendo poi incontriancora più piccanti per ilprosieguo della serata – può essereconsiderato sconvenientedalla stessa famiglia di mafiache, con invidiabile faccia tosta,accetta di tutto (omicidi, sparizioni,traffici illegali) nell’otticadella gestione del potere manon vuole correre il rischio di«perdere la faccia» davanti alpaese per i continui riferimentisessuali che pubblicizzano illocale. «… che ti ho detto, checon tutti quei manifesti, chequa siamo svergognati là (nelcarcere, ndr), voce di Dio, vocedi popolo gli devi – dice il bossVincenzo Longo al figlio – diresolo che io mi sono estraniato!In tutto e per tutto!!!».I Longo sono proprio arrabbiatiper la piega che il nightclub sta prendendo, soprattuttoda quando, per il periodoestivo, lo stesso locale, gestitodalle medesime persone, si trasferiscepoco più a nord, sullecoste della splendida Capo Vaticano,ad un tiro di schioppoda Tropea. «Dice che ora hannofatto schifo con la parte sullaspiaggia…night pure sullaspiaggia si è noleggiato unamacchina..la macchina di “Nasca”…la Jeep,….gli ha scritto lecose…ha fatto salire tutte quellerumene là sopra…per andarea sponsorizzare…il coso dentroTropea…poi dice che lo hafermato… la Polizia….poi diceche quelle rumene hanno cercato….non è cosa guarda impossibile». Una vera e propriaramanzina, perché per la paradossaletradizione della ’ndranghetacalabrese va bene tuttose si parla i soldi o di potere, bastache non si tocchino i “sacri”valori della famiglia.
Moglie del boss e cassiera della cosca. Il ruolo attivo di Maria Rosa Grimaldi. Era anche l’ambasciatrice del marito
www.calabriaora.it 16/03/2011 Moglie del boss, cassieradella cosca e ambasciatrice agliordini del marito. È il profilodi Maria Rosa Grimaldi (nellafoto) tracciato dai magistratidell’antimafia nell’ordinanzadi custodia cautelare dell’operazione“Scacco matto”, ennesimaconferma del ruolo attivoche le donne di mafia hannoormai assunto all’interno delle’ndrine, soprattutto in assenzadegli uomini finiti in manette.Vincenzo Longo – cheaveva assunto la reggenza delclan nel 2001 dopo l’omicidiodel cugino Giovanni detto “uSignorinu” – dopo il suo arrestoavvenuto nell’ambito dell’operazione“Crimine” avrebbeinvestito la moglie di unruolo attivo, quello di cassieradel clan e di ambasciatrice incarcere, insieme al figlio RoccoLongo di 21 anni pure luicolpito dall’ordinanza di custodiacautelare. Durante un colloquioin carcere con un detenutoè stata intercettata la fraseattribuita alla donna: «Maio scusa… ma io che parlo micaparlo perché voglio comandare…io portatore di voce sono». Infatti, secondo l’antimafia,questo era il suo ruolo:«trasmettere i messaggi e leistruzioni ricevute dal capo-coscaVincenzo Longo concernentila gestione economica ecriminale del sodalizio all’esternodegli istituti penitenziaridove il pregiudicato eratratto in stato di detenzione;riscuotere crediti vantati dalpredetto nei confronti di terzi,sia in relazione all’attività di infiltrazionedi attività economichepubbliche e/o private, siain relazione alla attività criminaleperpetrata sul territorio».Il gran numero di intercettazioniin cui la donna è stata sottopostadescrivono perfettamente– per gli inquirenti e ilgip – il ruolo e la funzione svoltidalla Grimaldi durante lostato di detenzione del marito.Il suo impegno in aiuto al coniuge,per i magistrati, sono«tangibili e si orientano su piùfronti: dai significativi messaggidi saluti e solidarietà trasmessial marito e provenientidai diversi affiliati oltre cheda appartenenti a gruppi diversi(come Spadaro e Versace)a informazioni in merito aicontributi economici inviati alboss in carcere dagli altri sodali,al fervore ed all’accanimentonell’attivarsi insiemeagli altri familiari per salvarebeni e denaro dalle aggressionigiudiziarie, all’attività di riscossionedei crediti di impresa».La donna si sarebbe prestataa fornire un concreto aiutoal marito, quindi, anche sulfronte associativo in momenticentrali della gestione e dell’organizzazionedella vita associativatra il marito e Luigi Longodetto “Nasca”, vicario del primodurante lo stato di detenzionedel boss soprattutto nell’affaredella scuola Renda.
Rubano la campana, e il parroco dice il falso
«Il potere è lavoro, il lavoro fa parte del potere, se tu non hai potere non puoi lavorare». Le parole di Vincenzo Longo,classe ’63, al cugino Luigi, classe’71, possono essereassurte a manifesto dellamentalità mafiosa che animal’agire “imprenditoriale” dellafamiglia di ndrangheta di Polistena,finita nella giornata diieri nella rete della Dda di ReggioCalabria. Le parole di VincenzoLongo si riferivano ai“Trizzolu”, soprannome deifratelli Milardi, famiglia di imprenditoridi Polistena, chenon avevano «il potere» ergonon potevano impiegare unescavatore per alcuni lavori. Leinformative del commissariatodi Polistena hanno ampiamentedescritto l’intromissione delclan Longo negli appalti pubblicinel territorio comunaledella cittadina della Piana enon solo. È paradigmatica inquesto senso la vicenda dell’appaltoper la costruzione dellascuola superiore “Renda”.Un appalto di 2 milioni e mezzodi euro finanziato dalla Provinciae vinto dalla Gival s.r.l,impresa capogruppo di un’Aticostituita con la ditta “MassarellaGuido”. «Appalto – scrivonogli investigatori – “conquistato”letteralmente dallacosca attraverso il sistema deisub-appalti per servizi e fornitureconferiti ad una pluralitàdi società, ditte ed imprese tuttericonducibili ai principali appartenentialla “famiglia” Longo».Un esempio «paradigmatico» lo definiscono gli inquirentidi «accaparramento di risorsepubbliche realizzato attraversola totale connivenza degliimprenditori privati aggiudicataridell’appalto i quali, per comesi vedrà, lungi dall’assumereil ruolo di vittime della vicenda,pur consapevoli dell’identitàcriminale dei propriinterlocutori, non solo non recedevanodal rapporto economicoinstaurato con gli stessi,preferendoavere “problemicon la leggeche conquesti qua”,ma si adoperavanopertrovare escamotageutili amettere “lecarte a posto”,lamentando,paradossalmente,solo gli eccessivi controllioperati dalla polizia».Movimento terrae affari di famigliaNon solo l’appalto del “Renda”,però. Sono molteplici i casidi infiltrazione della coscaLongo, nel corso del tempo,nell’ambito dei più importantiappalti pubblici assegnati sulterritorio. Infiltrazione perpetrataanche attraverso gli stessipersonaggi coinvolti nell’inchiestadi ieri.Gli affari della famiglia incrocianogli appalti per la costruzionedella Strada grandecomunicazione Jonio-Tirreno,per la realizzazione della digasul fiume Metramo e, soprattutto,quelli che sfociarono nelcosiddetto “affare Vecchio”, relativoall’esecuzione dell’appaltoper la costruzione della nuovasede municipale di Polistenalavoro aggiudicato dalla dittadi Vecchio Giuseppe, il qualefu vittima di estorsioni minacceed attentati, al punto chei mezzi della ditta erano costrettia viaggiare scortati dalleforze dell’ordine. Fino ad arrivareal recentecoinvolgimentonelgrande affaredell’autostradaA3 Sa-Rc,per comeemerso nell’operazionedi polizia denominata“Arca”.L’affaire “Renda”In riferimento ai lavori dicompletamento del polo scolasticodell’istituto superiore“Renda” di Polistena, per gli inquirentila figura centrale dellavicenda è Gianluca Calzaretta,geometra alle dipendenzedella ditta Gival. Calzaretta, percome chiaramente dichiaratodallo stesso, si era affidato intoto a Vincenzo Longo, cl. ’63,divenendo quest’ultimo da subitoil referente principale sulcampo per l’esecuzione dei lavoriappaltati dalla provincia,«deus ex machina» – scrivonogli investigatori – dell’appaltodal punto di vista pratico deilavori. Nella “storiaccia” dell’appaltodel “Renda” rientra,suo malgrado, Gaetano Saffiori,imprenditore e testimone digiustizia contattato in un primomomento per dei lavori epoi praticamente scaricato daCalzaretta in favore dei Longo,non perché i suoi prezzi, si giustificavacon la polizia il ragioniere,erano «economicamentepiù vantaggiosi», ma perchéuomo vicino alla magistraturae quindi inviso alle cosche. Lapresunta economicità dei Longo,per altro, è smentita dagliinvestigatori dopo la perquisizioneagli uffici della ditta nelcantiere di Polistena. Operazioneche fece emergere la totaleassenza di contratti tral’azienda appaltatrice e i Longoe l’infiltrazione mafiosa del localeclan nell’appalto.In proposito, Saffioti in sededi escussione, aveva anche asseritoche anche nei pochi casiche era stato chiamato a lavorare«il materiale di risulta èstato caricato su camion di altreditte, sebbene anche io nedisponga». I motivi per cui Saffiotiera stato richiamato sarebberostati spiegati da Calzarettaa all’imprenditore, dopo la“visita” della polizia in cantiere.«Per non avere ulteriori problemi– riferisce Saffioti – (Calzaretta,ndr) si sarebbe tenuto“un po’ qua e un po’ là”, intendendoche avrebbe richiesto leprestazioni per un verso aiLongo e per l’altro a me».
Quando la ndranghetadiventa imprenditrice. Il potere del clan Longo sugli appalti pubblici della Piana. Don De Masi:Polistena non èun’isola felice
www.calabriaora.it 16/03/2011 POLISTENA (RC)«L’operazione di ieri dimostraconcretamente,soprattutto a chi era ormaiquasi sfiduciato, la capacitàda parte dello Statodi intervenire in modo serioe concreto. Un graziesentito, dunque, alle forzedell’ordine e della magistratura». È quanto afferma,in una nota, don PinoDemasi, arciprete di Polistenae referente dell’associazioneLibera per la Pianadi Gioia Tauro. «Ma dimostraanche purtoppo -prosegue don Demasi -che Polistena non è quell’isolafelice che da piùparti si tenta di sbandierare.Da diversi anni ed indiverse occasioni lo abbiamoaffermato senza averavuto paura di affrontarel’onta dei “benpensanti diturno” che ci accusavanodi “deturpare” l’immaginedella citta”. Dobbiamoprendere atto di questo econtinuare ad ogni livelloa reagire».«Certo il cammino – sostieneancora il sacerdote- è tutto in salita; c’è moltastrada da fare a livelloindividuale e comunitario,nella famiglia, nella comunitàecclesiale e nella societàcivile. Ma la sfida staproprio qui: nella capacitàdi costruire la “società delnoi”, del “fare insieme nelquotidiano”. È questo ilprimo ed indispensabileanticorpo della ndrangheta».reazioni
La soggezione di Ciccarelli alle regole della mafia
www.calabriaora.it 16/03/2011 fral POLISTENA (RC) Il calcestruzzo dei Longo costa 14 euroin più di quello di Saffioti? Certo, loro ti offrono un servizio chegli altri imprenditori non possono offrirti: la sicurezza che neltuo cantiere non succederà nulla di “spiacevole”. A questa regolatanto semplice quanto perentoria si sarebbe attenuto AntonioCiccarelli ex consigliere comunale di Fondi in quota Fi- Pdl.Insieme al geometra Calzaretta, all’amministratore unico Gival,Francesco Palermo e all’assistente di cantiere Francesco Guariniavrebbero favorito l’assegnazione di lavori un subappalto efornitura di calcestruzzo e altri materiali ai Longo per l’appaltodel “Renda” coscienti del “peso” della famiglia di ndranghetapolistenese. Dalle intercettazioni si evince la soggezione degli imprenditorivenuti da fuori nei confronti dei Longo. Atteggiamentoche il gip Cotroneo vivisezione nella parte dell’ordinanzanella quale commenta le indagini riportando anche stralci diconversazione tra Ciccarelli e Guarini in cui quest’ultimo definisceVincenzo Longo «un compagno».Questo dialogo, a detta del Gip, fornisce la prova inattaccabiledell’abbraccio mafioso tra l’impresa appaltatrice e la coscaLongo fosse stabile e forte e della consapevolezza in capo al Ciccarellidell’instaurarsi di questo rapporto privilegiato ed esclusivocon Longo Vincenzo e della sua prosecuzione».
Anche night club tra le aziende sequestrate. Gli affiliati della consorteria gestivano il divertimento “piccante” della zona
www.calabriaora.it 16/03/2011 Nella lista delle aziende sequestrateal potente clan deiLongo di Polistena, sono principalmentele aziende che si occupanodi movimento terra edi lavori edilizi a fare la partedel leone, ma al di là delle “solite”attività lucrative con lequali le consorterie di ’ndranghetalavano i proventi delle attivitàcriminali, a richiamarel’attenzione sono alcuni campieconomici finora poco conosciuticome appetibili per lamafia di queste latitudini. E se,l’indagine Redux qualche giornofa ha smascherato il predominiodei clan calabresi nellagestione di alcuni locali notturnidel milanese, anche in questopezzo di sud il divertimento“piccante” finisce per essereassoggettato al volere dei clan.Come nel caso del night club“Femina” di Cinquefrondi,azienda riconducibile alla società“Denude”; il club sul cuipalco si esibivano spogliarellistee lapdancer voluto e gestitodirettamente da GiuseppeSquillace (nella foto) e da Francesco“Ciccio Mazzetta” Longo.E se i riscontri in soldoni diquesta nuova attività economicafanno gola al clan, l’oggettodello stesso affare – e cioè ledonne che ballano attorno adun palo, promettendo poi incontriancora più piccanti per ilprosieguo della serata – può essereconsiderato sconvenientedalla stessa famiglia di mafiache, con invidiabile faccia tosta,accetta di tutto (omicidi, sparizioni,traffici illegali) nell’otticadella gestione del potere manon vuole correre il rischio di«perdere la faccia» davanti alpaese per i continui riferimentisessuali che pubblicizzano illocale. «… che ti ho detto, checon tutti quei manifesti, chequa siamo svergognati là (nelcarcere, ndr), voce di Dio, vocedi popolo gli devi – dice il bossVincenzo Longo al figlio – diresolo che io mi sono estraniato!In tutto e per tutto!!!».I Longo sono proprio arrabbiatiper la piega che il nightclub sta prendendo, soprattuttoda quando, per il periodoestivo, lo stesso locale, gestitodalle medesime persone, si trasferiscepoco più a nord, sullecoste della splendida Capo Vaticano,ad un tiro di schioppoda Tropea. «Dice che ora hannofatto schifo con la parte sullaspiaggia…night pure sullaspiaggia si è noleggiato unamacchina..la macchina di “Nasca”…la Jeep,….gli ha scritto lecose…ha fatto salire tutte quellerumene là sopra…per andarea sponsorizzare…il coso dentroTropea…poi dice che lo hafermato… la Polizia….poi diceche quelle rumene hanno cercato….non è cosa guarda impossibile». Una vera e propriaramanzina, perché per la paradossaletradizione della ’ndranghetacalabrese va bene tuttose si parla i soldi o di potere, bastache non si tocchino i “sacri”valori della famiglia.
Moglie del boss e cassiera della cosca. Il ruolo attivo di Maria Rosa Grimaldi. Era anche l’ambasciatrice del marito
www.calabriaora.it 16/03/2011 Moglie del boss, cassieradella cosca e ambasciatrice agliordini del marito. È il profilodi Maria Rosa Grimaldi (nellafoto) tracciato dai magistratidell’antimafia nell’ordinanzadi custodia cautelare dell’operazione“Scacco matto”, ennesimaconferma del ruolo attivoche le donne di mafia hannoormai assunto all’interno delle’ndrine, soprattutto in assenzadegli uomini finiti in manette.Vincenzo Longo – cheaveva assunto la reggenza delclan nel 2001 dopo l’omicidiodel cugino Giovanni detto “uSignorinu” – dopo il suo arrestoavvenuto nell’ambito dell’operazione“Crimine” avrebbeinvestito la moglie di unruolo attivo, quello di cassieradel clan e di ambasciatrice incarcere, insieme al figlio RoccoLongo di 21 anni pure luicolpito dall’ordinanza di custodiacautelare. Durante un colloquioin carcere con un detenutoè stata intercettata la fraseattribuita alla donna: «Maio scusa… ma io che parlo micaparlo perché voglio comandare…io portatore di voce sono». Infatti, secondo l’antimafia,questo era il suo ruolo:«trasmettere i messaggi e leistruzioni ricevute dal capo-coscaVincenzo Longo concernentila gestione economica ecriminale del sodalizio all’esternodegli istituti penitenziaridove il pregiudicato eratratto in stato di detenzione;riscuotere crediti vantati dalpredetto nei confronti di terzi,sia in relazione all’attività di infiltrazionedi attività economichepubbliche e/o private, siain relazione alla attività criminaleperpetrata sul territorio».Il gran numero di intercettazioniin cui la donna è stata sottopostadescrivono perfettamente– per gli inquirenti e ilgip – il ruolo e la funzione svoltidalla Grimaldi durante lostato di detenzione del marito.Il suo impegno in aiuto al coniuge,per i magistrati, sono«tangibili e si orientano su piùfronti: dai significativi messaggidi saluti e solidarietà trasmessial marito e provenientidai diversi affiliati oltre cheda appartenenti a gruppi diversi(come Spadaro e Versace)a informazioni in merito aicontributi economici inviati alboss in carcere dagli altri sodali,al fervore ed all’accanimentonell’attivarsi insiemeagli altri familiari per salvarebeni e denaro dalle aggressionigiudiziarie, all’attività di riscossionedei crediti di impresa».La donna si sarebbe prestataa fornire un concreto aiutoal marito, quindi, anche sulfronte associativo in momenticentrali della gestione e dell’organizzazionedella vita associativatra il marito e Luigi Longodetto “Nasca”, vicario del primodurante lo stato di detenzionedel boss soprattutto nell’affaredella scuola Renda.
Rubano la campana, e il parroco dice il falso
www.calabriaora.it 16/03/2011 POLISTENA (RC) Sembrerebbe un parroco un po’“confuso” don Antonio Scordo. Qualcuno aveva rubato unacampana della sua chiesa, ma il sacerdote – riferendo alle forzedell’ordine – denunciò il fatto collocandolo circa un annodopo la data che la polizia ritiene essere quella del furto.Prima di addentrarsi nella narrazione della vicenda, verrebbeda chiedersi cosa c’entri un prete con l’arresto di unclan di ’ndrangheta. La vicenda della campana, così comesi legge nei documenti, sarebbe emersa durante un summitdel 24 dicembre 2008 nel quale alcuni presunti affiliati (trai quali pare sedesse anche il capo Crimine, Domenico Oppedisano)si lamentavano dei mancati provvedimenti daparte del boss Vincenzo Longo nei confronti di alcuni suoinipoti che, tra l’altro, si sarebbero resi protagonisti propriodel furto della campana alla chiesa di S. Maria Immacolata.Il furto era stato denunciato il 17 marzo 2009 e collocatotemporalmente tra il 10 ed il 14 marzo 2009. Ma considerandoche quando il summit in cui si parlava del furto erail 24 dicembre 2008, la polizia decise di sentire il parrocoperché vi erano delle discordanze evidenti in merito alla datadel furto.In merito il parroco, ancora una volta, confermava la versionedel marzo 2009 dichiarando di essere stato avvisatodal sacrestano del furto della campana e di avere a sua voltala Curia Vescovile e infine di avere sporto denuncia ai carabinieri.Prima però si sarebbe rivolto agli zingari di GioiaTauro perché sapeva che operano nel settore dei furti dimateriale ferroso. Le discordanze sulla data però rimanevano,tanto che dopo poche ore, la polizia interrogava il sacrestano.Questi confermava tutto quanto ma collocava temporalmenteil furto nel 2008. La polizia, quindi, ha accertatoche in entrambe le circostanze don Scordo ha «palesementeriferito una data errata, spostando temporalmente ilfurto di un anno, cioè dal marzo 2008 a marzo 2009, perragioni al momento ignote, ma facilmente intuibili».
Letto 446 volte






